Ora molti vedono l’origine dei mali della nostra democrazia nei partiti.

Se dovessi esprimermi superficialmente, d’impulso, direi che è vero: i partiti si portano grandissime responsabilità della degenerazione del sistema.

Cosa li rende così deleteri? A mio parere perché sono diventati quasi esclusivamente macchine per indurre e raccogliere il consenso elettorale, strumenti per concentrare il potere nelle mani di pochi.

Ma sono sempre stati così? E se lo sono diventati, perché è stato possibile questa involuzione, qualcosa lo ha forse favorito, indotto? Era evitabile questa degenerazione? E siamo sicuri che eliminati i partiti eliminiamo anche il problema? Dico subito che non lo credo.

Andiamo con ordine. Ma che cos’è un partito?

L’art.49 della Costituzione Italiana recita:
<<Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.>>

Questa è una delle due, uniche,  occasioni in tutta la Costituzione, in cui viene citata la parola “partito”. L’altra è all’interno dell’art. 98, per stabilire che si possono porre dei divieti di iscrizione ai partiti per magistrati e funzionari delle forze dell’ordine.

L’art. 49 sancisce una possibilità, un diritto, non un obbligo. Non stabilisce che questo sia l’unico modo attraverso cui si può concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale. Questo sarebbe forse un punto a favore della eliminazione dei partiti. Se ne può fare a meno, costituzionalmente parlando.
Io però tendo a intepretarlo così:
1) Tutti i cittadini possono associarsi liberamente (quindi non è necessaria nè è definita alcuna speciale forma giuridica, i partiti sono libere associazioni, con uno status giuridico pari a quello del club bocciofilo, o degli amici dello scoiattolo rosso)
2) Se il fine di questa associazione è “concorrere a determinare la vita politica nazionale” essa si definisce “partito”.
3) Il metodo che qualsiasi partito deve seguire deve essere democratico.

Per altro non mi risulta neppure che nella Costituzione sia esplicitato in che consista questo metodo democratico. E se penso che sono stati scritti forse migliaia di libri per definire e descrivere cosa sia la democrazia…temo un pò questa mancanza. Se è pur vero che non esiste una definizione univoca accettata, è pernicioso che la Costituzione non si assuma il carico di darne comunque una definizione di riferimento. Gli spazi che lascia alla interpretazione di questo concetto mi preoccupano. Se poi cerco di dedurre il concetto dall’insieme degli articoli della Costittuzione stessa, allora capisco che questa definizione forse non è stata data, proprio perchè la Costituzione Italiana è frutto di mediazioni e circostanze storicamente determinate che ne hanno originato la forma definitiva cercando di contentare capre e cavoli, di fatto lasciando spazi ad ambiguità,  incompletezze, e alcune contraddizioni. Ma di questo scriverò altrove. Comunque quella abbiamo e con tutti i suoi limiti a qualcosa serve, o dovrebbe servire. E soprattutto andrebbe rispettata.

A mio modo di vedere allora, se una associazione di cittadini dichiara di voler concorrere a determinare la politica nazionale, dal punto di vista costituzionale, quella è un partito. A prescindere se denomina sé stessa come partito o movimento o rete o lista civica o altro.
Mi chiedo se debbano essere definiti partiti anche quelli che non dichiarano di voler concorrere alla vita politica, ma poi lo fanno.
Resta il fatto che per la Costituzione Italiana è un diritto associarsi per determinare la politica nazionale.

Come si verifica se i partiti seguono un metodo democratico o no? In realtà anche la natura giuridica labile dei partiti consente l’esistenza di partiti che non applicano affatto un metodo democratico. I partiti persona, i partiti azienda.

E’ la mancanza di questo secondo elemento il primo problema, non l’essere “partito” (cioè cittadini associati che condividono un progetto politico),
La mancanza del metodo democratico è il problema.
I partiti attuali, quelli che sono stati al governo, e la gran parte di quelli che pur non essendoci stati ci vorrebero stare soffrono di carenza di democrazia. Di ademocraziosi: mancanza di vitamina D, anzi DD.
Sono macchine per la conquista e la gestione piramidale del potere.
Costruite, quando va bene, sul principio della delega fino a congresso contrario.
Che assorbono e distribuiscono risorse per mantenere vantaggi per una parte (selezionata) del popolo secondo un criterio piramidale di appartenenza alla associazione: chi sta più in alto ha più vantaggi.
In questi partiti l’organizzazione del metodo decisionale, di gestione delle risorse, delle modalità della partecipazione sono sotto il controllo di pochi e quindi sono strumenti non democratici.

Questi partiti che non concorrono con metodo democratico semplicemente non dovrebbero esistere. Sono simoniaci nel tempio. La costituzione li escluderebbe. Non sono partiti ammessi. Sono fuorilegge. Anticostituzionali.

Che sia chiaro: Non è affatto  inevitabile che una associazione di cittadini che voglia concorrere alla politica nazionale debba farlo accentrando potere e per accentrarne sempre di più. Anzi direi piuttosto che questo dovrebbe, potrebbe, essere impedito , direi proprio vietato. Certamente questo è male. Perchè l’organizzazione piramidale, dove il potere viene delegato senza revocabilità al livello superiore, li mette a rischio (al di là delle intenzioni e dei fini pure anche nobili), di diventare strumenti di potere personale o di casta.  Gli appelli all’uso di forti strutture verticali ( leggasi centralismo democratico) di Giulietto Chiesa, che sembrano avere largo ascolto in Uniti e Diversi, mi fanno perciò rabbirividire. Ma la storia non insegna mai niente?

Il sistema rappresentativo (o meglio: a delega obbligatoria non revocabile prima di cinque anni) svuota la democrazia perché riduce la partecipazione al governo al solo momento delle elezioni. E al solo scopo di cedere la propria sovranità a qualcuno. Delegando per 4 o 5 anni tutto il potere di governare ai soli eletti. Questa situazione è perfetta per chi vuole accumulare potere per sè e usarlo ai propri fini e non per il bene comune. La situazione in Italia poi è stata ulteriormente peggiorata dalla ultima legge elettorale (il cosidetto “porcellum”) che eliminando le preferenze ha tolto ai cittadini anche la possibilità di scegliersi almeno il rappresentante e si può solo scegliere tra un gruppo di potere e un altro. La ormai consueta rimozione anche dell’obbligo di raccogliere un certo numero di firme trai cittadini elettori per presentare le liste elettorali, da parte dei partiti che hanno già rappresntanti nelle istituzioni ha poi garantito il totale e personale controllo dei padroni dei partiti su chi dovrà essere eletto.

Perciò non è che io non voglio i partiti. Non voglio quella immondizia, spacciata per democrazia. Dovunque si sedimenti.

Perchè questo meccanismo di accentramento del potere non sta solo nei partiti della casta, degenerati dalla democrazia finta rappresentativa.
Meccanismi di accentramento possono verificarsi anche (e in alcuni casi di più) in altri tipi di organizzazione. Non solo in quelle che comunemente chiamiamo partiti. Anche in quelle che dicono di non esserlo. Anche in quelle che addirittura dimostrano di non esserlo non avendo uno statuto. O che hanno un non-statuto (ad esempio Grillo e Mov 5 Stelle). Anche queste che dichiarano di non avere struttura definita partito sono a “rischio” di carenza di democrazia. Che democrazia si può costruire a partire dalla presenza di potere enormente accentrato nelle mani di uno solo? E non solo per il carisma, ma anche per proprità dei beni che dovrebbero essere comuni. Come si fa a fare democrazia quando, a scanso di equivoci e rischi, uno solo è il proprietario del nome e del simbolo del movimento e quindi ha tutto il potere solo lui di decidere se e quando usarlo? Grillo, è la versione berlusconiana dell’antipartitismo. Lo stesso vale per Di Pietro (se serve sprecare due parole per citarlo).

L’assenza di struttura definita, di regole esplicite non ganrantisce affatto i diritti dei più deboli, degli umili, di quelli istintivamente rispettosi del diritto altrui. Essi vengono più facilmente trascurati. Il potere allora può venire concentrato dagli individui più carismatici e/o più appariscenti per qualche verso e/o spregiudicati, magari fino alla criminalità.

La democrazia è metodo, regole. Regole esplicite, che proteggono, permettono e garantiscono l’esercizio della sovranità ai membri del popolo.

Se si continua a indicare il male nei partiti si sta solo indicando un effetto e non la causa. La causa è l’accentramento del potere nelle mani di pochi. Se non si mette in evidenza questo, con la semplice richiesta di non avere niente a che fare con i partiti della casta (o anche solo vecchi, o sempicmente già esistenti) o addirittura di eliminare i partiti,  ammesso anche di riuscirci, si rischia di cambiare tutto perché nulla cambi

In defintiva, alla luce di quanto sopra, io credo che i Democratici Diretti siano uno dei pochi,  forse l’unico, partito vero. Perché il loro metodo è genuinamente democratico. E il loro scopo è mantenere il controllo del governo nelle mani dei cittadini, non del partito. Neanche se quel “partito” è il nostro. Noi esistiamo col fine di riportare nelle mani del cittadino il potere, che in democrazia, è suo. E lo fanno coerentemente anche al proprio interno. Mantenendo il controllo della loro organizzazione nelle mani degli iscritti, non dei segretari o presidenti o leader riconosciuti. Pur avendo ruoli, incarichi e deleghe essi sono mantenuti sotto il controllo degli iscritti attraverso meccanismi obbligatori di trasparenza e di revocabilità in ogni momento. E questo è stabilito da statuto e regolamenti trasparenti e quanto più possibile chiari. Nonchè da pratiche rispettose degli stessi.

Perciò, per quanto mi riguarda, (e credo anche per quanto riguarda tutti i membri dei DD) il punto non è nemmeno no alle alleanze con i partiti della casta (anche se questo è un inevitabile corollario del teorema) ma no ad alcuna forma di organizzazione che espropri i suoi membri del potere di governo della stessa. E no a qualsiasi presentazione alle elezioni  che sia finalizzato a gestire il consenso sottraendolo ai legittimi proprietari. Noi siamo disposti a lottare solo al fine di dare ai cittadini la possibilità di mantenere il loro potere democratico oltre il momento del singolo voto. I modello è quello (ormai noto a chi mi legge) della Lista Partecipata. Ed è per questo che noi appoggiamo e contribuiamo all’esistenza della RETE DEI CITTADINI che ha fatto proprio quel modello. Non appoggeremo soggetti politici connotati diversamente. Ne fuori nè dentro ne di fianco ai partiti o movimenti più o meno autodefinitisi anticasta.

Share
 

Bologna 29 e 30 gennaio.

Una riunione istruttiva, direi. Chiarificatrice.

L’obiettivo è lo stesso di quella di Torino: vedere se è possibile fondare un nuovo soggetto politico che dia voce alle mille istanze inascoltate di questa Italia allo sbando.

Se possiamo riavere una speranza, una idea di futuro migliore.

Presenti circa 200 persone. La solita disposizione verticale dei posti. In posizione frontale, però invece del solito tavolo, un paio di divani.

Stile salotto televisivo. Ma l’aria non è quella di “sedetevi e ascoltateci”. Nè in platea, e, devo dire, neanche sul palco.

Chi introduce la giornata non sembra avere intenzione di occupare nè fisicamente nè politicamente la posizione frontale. Mi viene da dire forse più per timore di scoprirsi che per piena e convinta disponibilità. In platea c’è l’aria di avere voglia di tirare pomodori a chiunque tenti di assumere una posizione “dominante”.

Non entro nei dettagli. Bella l’introduzione di Michele Dotti, tutto dialogo, tolleranza, speranza, ma ancora non capisco come si procederà.

Alla fine si capisce che non l’ha capito nessuno. Si procede con una non-segreteria ondivaga. C’è così tanto timore di dare l’impressione di voler dirigere le cose che quasi non si riesce ad andare da nessuna parte. Questo, in generale è un errore: una cosa è non voler imporre, un’altra è non sapere chi fa il semaforo e con quale criterio.

Assemblearismo e centralismo portano ad analoghi risultati: hanno spazio quelli che “contano” e non necessariamente perchè sono rappresentativi.

In un caso perchè lo decidono i conducator e non sono previste modalità per modificare le loro scelte. Nell’altro perchè emergono quelli che hanno carisma, o che strabordano di testosterone e di ego, e non c’è nessuna scelta da modificare. Risultato: si dice <<interventi di tot minuti>> ma poi quasi nessuno rispetta quei tempi e qualcuno risulta più uguale degli altri.

Le insofferenze prendono a turno ora questi ora quelli a seconda della palatabilità soggettiva dell’oratore.

Vabbè, tra mille oscillazioni e qualche caduta di stile, però, nonostante tutto, il confronto cresce. Non siamo venuti lì per niente. Si vuole capire. E piano piano si capisce anche il perchè di tanta indefinitezza. A parte la motivazione, magari positiva, di non imporre visioni calate dall’alto (ma all’infinito?), a mio parere nasceva anche dal timore di scoprire che certi nodi potevano non essere risolti. Particolarmente quello delle alleanze. con i partiti della casta. Ma non si può restare indefiniti all’infinito, e non a caso la riunione era stata definita un conclave.

C’era bisogno di affrontare la questione. E la questione scoppia. Tutto sommato con toni non esagerati, ma forti e chiari: I movimenti civici ed ecologisti del territorio NON vogliono, nemmeno lontanamente, cercare alleanze con nessuno dei partiti di destra di sinistra o di centro che siano. nemmeno e tantomeno per tattiche elettoralistiche. Espressioni come “mai con la casta”, “partecipazione”, “democrazia diretta”, si ripetono frequentemente negli interventi, La parola più citata è “metodo” .

La grande maggioranza dei presenti (e si capisce anche degli assenti) è piuttosto alla ricerca di una qualche forma organizzativa che elimini o almeno riduca il rischio di diventare come loro.

Il punto è che se non c’è spazio per nessun partito più o meno coinvolto nel meccanismo della casta, non c’è spazio nemmeno per i verdi ( o quel che ne resta) intesi come gruppo politico, non come singoli. Ovviamente. A questo si sommano da una parte vecchi rancori (specie di ex), dall’altra alcuni significativi sempiterni tentativi o illusioni di egemonia, più individuali e isolate allucinazioni che giungono a vedere quella kermesse come l’occasione per la rifondazione del partito verde. (specie Boato)

La questione, dopo due giorni intensissimi (la prima giornata è finita alle 00.30) è comunque finalmente chiara. Checchè ne dica Giulietto Chiesa, (venuto come ospite e osservatore) il punto NON sono gli obiettivi, che ho sentito ribadire praticamente identici a torino come a firenze, e come a bologna, ma appunto le alleanze e ancor più i metodi. I metodi per la gestione democratica interna e per la gestione della rappresentanza politica. Gli appassionati discorsi di Chiesa sulla emergenza, e sulla necessità di risposte forti e nette pena prossime catastrofi e guerre, sono belli e giusti, ma non possono tradursi nell’irrigidimento della struttura in vecchi modelli centralisti e neo leninisti. Sfugge a Chiesa che quella direzione è esattamente la direzione che ha condotto alla degenerazione della democrazia (in verità alla sua ripetutamente abortita realizzazione): la perdita di sovranità del popolo, attuata appunto attraverso la delega di tipo rappresentativo e accentratorio.

Non si può risolvere un problema con gli stessi metodi che lo hanno generato. IL problema è proprio il metodo. E il metodo più importante è quello della democrazia.

Adesso i movimenti civici, devono perfezionare questa protoanalisi. Individuato il problema centrale nella perdita della sovranità, nella quasi assenza di democrazia (nelle istituzioni e nei partiti), occorre essere conseguenti e coerenti. Noi per primi non dobbiamo essere pavidi nel dispiegare tutte le potenzialità della democrazia. Se nelle istituzioni occorre inventarsi delle pratiche e degli strumenti alla luce delle costrizioni delle attuali norme (che è quanto mai necessario modificare), al proprio interno si è liberi di ricercare e praticare le più ampie forme della democrazia diretta e partecipata. Bisogna avere il coraggio di sciogliere i nodi pratici organizzativi (forme, nomi, simboli, definizione di strutture, incarichi,..) correndo il rischio della democrazia. Se non saremo capaci di farlo al nostro interno, come mai potremo sperare di farlo o anche solo proporlo, al nostro esterno?

Occorre perseguire il principio che ognuno deve avere pari diritti di proposta, discussione, decisione, implementazione e verifica. Questi principi vanno praticati nella misura massima possibile dettata dagli strumenti (regolamentari e tecnici) disponibili e dalla efficienza degli stessi. Occorre comprendere che democrazia “diretta” non vuol dire che tutti fanno tutto. Questa è una banalizzazione svalorizzante, ignorante e ipocrita. Il punto è il CONTROLLO sulla propria sovranità non la semplicistica esecuzione materiale personale. La delega è un utile strumento (in certe occasioni inevitabile) che se affiancata da meccanismi di trasparenza,e sopratutto di REVOCABILITA’ in ogni momento non è perdita di sovranità. Di più di quanto lo sia delegare il tuo autista a condurti a un certo luogo. Occorre capire la natura vera della democrazia e perseguirla consapevolmente.

Occorre comprendere e accettare il fatto che la democrazia o è di tutti o non è. Di tutti i cittadini. E quindi massima apertura ai singoli con tutto il patrimonio della propria identità personale. La democrazia è anche di quelli che sostengono idee che non ci piacciono, purchè la rispettino. Apriamoci, troviamo alleati anche in quei cittadini che sono diversi da noi ma accomunati dall’identico destino di non contare nulla come noi, purchè anche loro ne accettino le regole interne e la vogliano all’esterno.

E dovremo conquistarla la democrazia anche per tutti  quelli che oggi sono inebetiti dalle droghe mediatiche e che proprio perchè senza alcuna possibilità di pratica di responsabilità e di potere decisionale ancor meno trovano motivo e stimolo alla partecipazione. Che partecipo a fare se poi non conto nulla? Ci vuole una mente sgombra e campo-indipendente per farlo lo stesso, ed questa è la nostra funzione di illuminati (in senso zen) e di consapevoli. E non è vero che il popolo somaro e bolso non capisce e si fa sempre infinocchiare.

L’intorpidimento viene dalla mancanza di alternative. Ma chiunque capisce che il rappresentante dovrebbe essere strumento della volontà di chi lo elegge. Chiunque capisce che non può essere lui a stabilire il suo stipendio ma chi lo elegge. Mostriamo che si può fare sul serio, e si può fare SUBITO (vedi il modello della Liste Partecipate), diamo la possibilità di farlo sul serio e le cose cambieranno.

A Roma il 26 e 27 febbraio La RETE DEI CITTADINI terrà la sua assemblea nazionale. E’ una grande occasione per accelerare un processo  ormai in atto, e per mostrare nel vivo che la pratica di metodi democratici veri è possibile e produttiva. Come Democratico Diretto, sono fiero di avere contribuito a questo progetto portando il patrimonio di riflessioni, ricerche, pratiche, metodi e strumenti frutto di più di 15 anni di attività intorno ai temi della democrazia e della partecipazione. Spero di ritrovare lì molti dei compagni di strada che a Bologna abbiamo capito di essere.

Share
 

Io non ho niente in contrario, non avrei alcun problema a fare parte di una organizzazione politica che ovviamente avendo uno statuto dd, si chiamasse “Democrazia Diretta e Sovranità Monetaria”.

Come per altro molti altri nomi: “Per il bene comune”, “Sovranità Popolare”, “Rete dei Cittadini”, “Lista Partecipata”, “Officina Democrazia”, persino PRIMIT, o Partito DD Socialista, o dd Fascista… però ho diritto anche io alle mie preferenze.
E alcuni nomi mi sembrano più giusti di altri.

Perciò se mai un membro dei Democratici Diretti dovesse proporre di chiamarci “Democrazia Diretta e Sovranità Monetaria”, per quanto mi riguarda riconoscerei la consonanza dei termini usati. Inoltre potrei “markettaramente” intravedere la motivazione che il termine “Sovranità Monetaria” ha una notevole diffusione tra gli esterni ai partiti noti, (e così anche quelli che non sono dd magari potrebbero prenderci in considerazione per il loro voto). Tuttavia io non voterei a favore di cambiarlo. Ma non mi sentirei così manchevole o eccedente di qualcosa, nel caso tale proposta fosse approvata.

D’altra parte ho la definitiva determinazione a usare tutto il potere politico che riusciamo a riprenderci per combattere il signoraggio privato.

Insomma è il mio primo punto del “programma” personale relativo al potere economico e di sicuro lo vorrei come primo punto di un programma o di decisioni da prendere per una lista basata sui principi della dd. (1)

Detto quanto sopra, se qualcuno non dovesse partecipare perchè non si garantisce questo o quello, oltre che la ricerca rigorosa della democrazia diretta, allora qualcosa non va…
o della nostra comunicazione e/o nella idea di democrazia che c’è nelle teste di chi vuole “garanzie”, “sicurezze”… sui specifici obiettivi, per quanto fondamentali e prioritari possano essere.

Evitare la piramide delle esclusioni.

Se si ritiene/richiede che qualcosa venga inserito come pietra fondante, e quindi la più largamente condivisa (idealmente dall’unanimità), il risultato, di solito, è l’inserimento di un altro criterio di esclusione o di sè stessi (andandosene qualora la maggioranza in quel momento non fosse a favore), o l’esclusione degli altri (espellendo chi non si adegua o assistendo all’andata via degli autoescludentisi).

Perciò i “paletti” fondanti devono essere pochi.

Se poi si dice che la democrazia è una cosa buona perchè è l’unico mezzo con cui si può veramente realizzare il proprio obiettivo specifico più o meno di vasta portata (signoraggio, ….) ma che però la democrazia da sola non basta, allora bisogna riconoscere che se la democrazia non è il fine ultimo è tuttavia il mezzo politico necessario.

Se non è così, beh allora forse abbiamo idee diverse di cos’è la democrazia, perchè la democrazia appartiene ugualmente anche a quelli che non vogliono lo stesso obiettivo nostro, i quali riconoscono anche essi che appartiene non solo a loro ma anche ugualmente a noi.

Qui sta per me l’essenza della democrazia. Per vincere democraticamente occorre che la maggioranza degli italiani vogliano vincere. Dove vincere sta per riprendersi la sovranità politica di tutta la res publica.

Un altro punto per cui sono contro la rigidità di obiettivi non di metodo democratico, è che le rigidità maggiori di una sono alla base della loro crescita, La rigidità degli schemi mentali è una delle basi del controllo inevitabilmente utilizzato piramidalmente. Il contrario della piramide non è la piramide rovesciata, anche se come significante funziona.
E poi la piramide poverina non ha colpa. Anzi la piramide ha preziose virtù. E’ il potere la questione. Non la forma geometrica.

La dicotomia piramide-piramiderovesciata si rappresenta meglio forse con la coppia verticalità-orizzonatalità.
Forse anche con privilegi-pari opportunità. E si può continuare.

La cosa sicura è non imporre altro più che il metodo.
Appunto quello costituito dal seguire un metodo democratico (diretto).

Se invece riconosciamo il valore di metodo basale della democrazia diretta, ma tuttavia riteniamo una certa altra cosa così importante, essenziale, perchè pretendere che la debbano sposare tutti come fosse un metodo, se non lo è? L’importante è che quella cosa sia votata e si faccia. E per farla basta un metodo democratico e una maggioranza semplice. Perchè pretendere che sia messa alla base tanto da renderla dipendente dalla adesione a quella da parte di tutti?

E alla fine interrogarsi.
Ma veramente sono disposto a correre il rischio della democrazia?

(1)Cosa siano i principi dd per me, lo trovate descritto nello statuto dei DD.

Share
 

mun XVIII seggio 1743.

Dopo essermi accreditato regolarmente alle 16.00 di sabato. Tutta la domenica sono stato presso il mio seggio.

Oggi, all’arrivo al seggio, il presidente mi dice che mi deve parlare e mi porta nel corridoio per parlare più tranquilli.

Mi dice che altri rappresentanti di lista si sono lamentati che io sosto nel seggio.

Mi meraviglio e rispondo che forse allora non conoscono la legge perché io ho diritto a stare nella stanza delle votazioni e a indossare una fascia o altro distintivo della mia lista elettorale.

Il presidente insiste e mi dice che per quieto vivere, visto che il suo compito è fare in modo che non c siano problemi di sorta nello svolgimento delle votazioni… Mi dice che “sostare” non è la stessa cosa di “stare” o avere accesso e quindi se posso non “sostare” o stare seduto sulla sedia. Io ho preso infatti una delle sedie presenti nell’aula e dopo aver chiesto dove potevo metterla e avendo ricevuto indicazione. me ne stavo seduto su di quella, in disparte, durante le votazioni, scambiando ogni tanto due parole con gli scrutatori quando non c’erano elettori.

Continue reading »

Share
 

La prima domanda che ci viene fatta dai giornalisti (quando bontà loro si degnano di notare che esistiamo) è : dove vi collocate? Siete a destra o siete a sinistra?

La prima volta che me la sono sentita rivolgere è stato alle 8 e trenta del mattino, davanti alla corte d’Appello in attesa degli amici con i pacchi delle firme e la documentazione da consegnare alla cancelleria.

Alla mia risposta di “nè di destra nè di sinistra”, il giornalista con un lampo di genio incalzò: “siete di centro!”. Provai a scuotere le sue certezze rispondendo nè di destra, nè di sinistra, nè centro. Lui non si diede per vinto: “Ma su, via, alla fine tutti si schierano; qualcuno poi dovrete appoggiare, voi dove vi mettete?”. Risposi che noi stavamo definendo una nuova entità dello spazio-politico. E che quindi ci mettevamo in alto. E la discussione finì lì, con l’impressione che il giornalista, protervo, pensasse che solo non ci volevamo “sbottonare”. L’arrivo degli amici, lo salvò dalla concione che mi apprestavo a erogargli, e che non risparmierò a voi.

Questa continua forzatura nel volerci incasellare da qualche parte, mostra l’intensità del condizionamento mentale cui ci hanno sottoposto da decenni. Oserei dire da sempre. E, forse, e dico forse, una volta, aveva anche ragion d’essere.

Di questo condizionamento sembrano soffrire specialmente quelli che proprio si identificano nella destra e nella sinistra, e ancor più in chi si dichiara fascista o comunista. A volte questo si traduce bell’identificarci col “nemico” della parte avversa. Qualche volta nel compagno o camerata, magari un pò diverso e “immaturo”, e che deve essere educato alla giusta linea.

Ogni cittadino e ogni forza politica è libero di dare le proprie interpretazioni, anche le più fantasiose, di quello che è la Rete Dei Cittadini, delle sue posizioni politiche e della sua collocazione  (destra, sinistra, centro…).

Ma la prima delle novità che noi rappresentiamo è proprio il fatto che noi abbiamo rinunciato alle appartenenze ideologiche per dare valore alla coscienza e giudizio individuale.

La Rete Dei Cittadini non si fa ingabbiare sotto nessuna di quelle etichette. Noi siamo aperti alla partecipazione e collaborazione di chiunque, venga come CITTADINO. Questa è l’unica connotazione che richiediamo e sosteniamo. Come cittadini rifiutiamo il logoro gioco delle appartenenze. Sono trappole per conculcare la nostra prerogativa di cittadino, membri del popolo cui spetta la sovranità. Sovranità che finalmente noi tutti vogliamo praticare e non subire. Noi siamo individui, politicamente e mentalmente liberi da bandiere ideologiche.

L’unica appartenenza che nella RDC riconosciamo è l’essere democratici. Democratici senza se e senza ma. Per questo non possiamo, come gruppo politico, guardare a (o tanto meno collaborare con) nessuno degli schieramenti esistenti e non guardiamo a nessuna delle forze poiltiche esistenti che non riconoscano al cittadino il diritto all’autogoverno, al di là delle sue convinzioni politiche, religiose, filosofiche, qualunque esse siano.

Siamo stufi di dover votare col naso turato. Per poi essere totalmente dimenticati. Vogliamo contare sempre. Vogliamo scegliere come votare sulle singole leggi, come individui. Che hanno a volte anche idee diverse e quindi anche vogliono esprimere un voto diverso.

Non deleghiamo a nessuno la nostra coscienza e il nostro indivduale giudizio su nessuna questione.

Noi abbiamo trovato come realizzare questo. Sappiano i cittadini che voteranno la Rete:

1) che i nostri candidati sono interpretati come strumenti per esprimere la volontà dei cittadini che la sostengono e per ampliare al massimo la trasparenza delle istituzioni riportando a tutti i cittadini (sostenitori e no) tutto ciò che sarà a loro noto.

2) che i cittadini sostenitori della Rete dei Cittadini decideranno ogni volta quale dovrà essere il voto espresso dal loro rappresentante, su ogni questione all’odg. Ogni volta che sarà possibile.

3) che i rappresentanti della RDC esprimeranno  le loro posizioni e voti in conformità e in proporzione alla diverse posizioni presenti nella rete
E i cittadini sostenitori della Rete, lo faranno via internet e con assemblee periodiche.

Invito, tutti i cittadini che vogliono riprendersi il diritto di decidere non solo alle elezioni ma durante tutto l’arco della legislatura ad aderire esplicitamente alla Rete Dei Cittadini. Oggi è possibile iscriversi con poche formalità. Dopo le elezioni, per evitare l’assalto di possibili truppe cammellate e infiltrazioni, ciò sarà possibile dopo adeguate verifiche e col consenso di chi ne è già parte.

Non ci interessano comunismo e fascismo. Chi viene con noi può anche autodefinirsi comunista o fascista o quello che gli pare. A noi interessa che dichiari di accettare le regole democratiche del nostro statuto. E che le rispetti. Allora sarà accolto come cittadino tra cittadini, senza altri aggettivi.

Share
© 2012 il blog di pino strano Suffusion theme by Sayontan Sinha