Feb 052012
 

Il governo dell’ipnotista Monti procede. Il suo arrivo era stato salutato quasi positivamente persino da numerose voci dei movimenti di base , perché liberatorio dal regime di Berlusconi. Ancora una volta l’attenzione concentrata sulla persona e non sulle politiche e ancor meno sui metodi, ha annebbiato la vista.

Prima di Monti era chiaro che questa classe politica dominante era alla frutta. Ancor più della loro concrete scelte politiche si disprezzava il loro atteggiamento di protervia, di abuso di potere, il distacco totale dai bisogni dei cittadini.

Paradossalmente questo distacco invece di condurre a una profonda modifica del rapporto tra rappresentanti e cittadini ha condotto a sancirne la totale separazione: il governo dei tecnici. Non eletti da nessuno e al supposto servizio di interessi collettivi superiori, la cui opera è però valutata non dai cittadini ma dai “mercati”. Non c’è bisogno di essere complottisti per capire chi guida questo governo, quando la misura di ciò che fa è dichiaratamente l’andamento dello spread e della borsa.

Ma Monti e i padroni della finanza mondiale fanno il loro mestiere. Quello che mi preoccupa è l’incapacità del movimento di produrre una strategia che possa contrastare oggi e superare in prospettiva le radici del male. Perché, purtroppo, pochi le hanno correttamente individuate. Continue reading »

Mag 272011
 

Riprendo il tema del rapporto tra Democrazia, Democrazia Diretta e Democrazia Rappresentativa.

Ripeto: ” la democrazia diretta è “semplicemente” un sistema democratico che tende costantemente a superare e/o ridurre al minimo, gli ostacoli per l’esercizio sempre più esteso della sovranità da parte di ogni singolo cittadino; migliorando gli strumenti, i livelli di consapevolezza, e in generale le condizioni che ne permettono, appunto, la pratica concreta“.

In questo senso la democrazia viene interpretata come una direzione verso la quale dirigersi costantemente. La democrazia diretta è l’aspetto dinamico della democrazia. A fronte del concetto generale, e perciò in qualche misura statico, di democrazia.
Si potrebbe dire, “essere democratici diretti è essere diretti verso la democrazia”.

C’è in questo modo di concepire la democrazia un idea di progressività, di ricerca di migliore approssimazione, che viene ben sintetizzato dallo slogan “più democrazia!” genialmente inventato dai democratici diretti tedeschi. (meher demokratie!).  En passant merita dire che Meher Demokratie ha poi sofferto i colpi di una strategia che apparentemente poteva portare a risultati in tempi più rapidi(*), ma che non faceva i conti con le resistenze profonde che il sistema oppone quando si tratta veramente di dare potere al popolo. Ma lo slogan è magnifico.

Il movimento democratico diretto italiano è nella fase dei “comuni”. Sa un pò di medievale, ma un pò è proprio così. Sì, trovo eccessiva l’enfasi sulla strategia del “prima-nei-municipi, poi-alle-provincie, poi -alle-regioni, poi-alla-nazione”. Io non so quali siano le vie migliori. Ne vedo alcune, ma certamente ne devono agire molte. L’evoluzione di una rivoluzione non è mai lineare, e volere la democrazia in Italia, attualmente, è rivoluzionario.

Dovremmo chiedere aiuto agli stati democratici. … Ma non è che ne veda molti in giro.

La questione che deve essere molto chiara è che se la democrazia perfetta non esiste, esiste tuttavia la non-democrazia. Che si distingue dalla democrazia per il fatto che esiste, o non esiste, almeno UN modo attraverso il quale i cittadini possono esercitare la loro sovranità senza obbligo di delega.

Per questo il sistema delle istituzioni politiche italiano non è, direi proprio tecnicamente, una democrazia.
Dobbiamo ancora conquistarci la democrazia, questo è il primo problema. La democrazia vera può affermare i valori della legalità e della giustizia. E tuttavia questo risultato non è scontato.

Ma senza democrazia la legalità può essere ingiusta fino ad essere mortale. Qualunque altro sistema che non responsabilizzi equalmente ogni individuo nelle scelte collettive, più o meno rapidamente si traduce in maggiori possibilità di realizzare un sistema autoritario.

Quindi primo obbiettivo assoluto tra le (poche) modifiche cosituzionali necessarie, è avere <quell’almeno UN modo> che ci possa far dire che la nostra è una democrazia. L’introduzione del referendum deliberativo senza quorum. Allora potremo cominciare a parlare di migliorare la democrazia. Per ora dobbiamo conquistarla.

 

(*) Agivano cercando di creare un movimento di opinione trasversale che facesse pressione sui propri rappresentanti per ottenere le riforme costituzionali democratiche.

Mag 262011
 

Un testo scritto a più mani sugli strumenti della democrazia diretta. Cosa sono, perché dovremmo averli, esperienze di utilizzo e suggerimenti per la loro realizzazione.

Gli autori sono alcuni fra le figure più riconosciute del movimento per la democrazia diretta, sia dal punto di vista teorico che pratico: Bruno Aprile, Thomas Benedikter, Roberto Brambilla. Paolo Michelotto. Dario Rinco e, immodestamente anche io, Pino Strano.

Il sottotitolo recita:  “Guida sulla democrazia diretta per cittadini attivi e consapevoli“.

Forse come nella “Guida galattica per autostoppisti” Avremmo dovuto scriverci “”Non fatevi prendere dal panico”.

Per ora comunque non è stato stampato, come avremmo voluto, in tempo per la “Settimana della democrazia diretta”. In ogni caso sarà sempre disponibile la versione digitale che potete scaricare anche dal mio blog.

 

 

Feb 062011
 

Ora molti vedono l’origine dei mali della nostra democrazia nei partiti.

Se dovessi esprimermi superficialmente, d’impulso, direi che è vero: i partiti si portano grandissime responsabilità della degenerazione del sistema.

Cosa li rende così deleteri? A mio parere perché sono diventati quasi esclusivamente macchine per indurre e raccogliere il consenso elettorale, strumenti per concentrare il potere nelle mani di pochi.

Ma sono sempre stati così? E se lo sono diventati, perché è stato possibile questa involuzione, qualcosa lo ha forse favorito, indotto? Era evitabile questa degenerazione? E siamo sicuri che eliminati i partiti eliminiamo anche il problema? Dico subito che non lo credo.

Andiamo con ordine. Ma che cos’è un partito?

L’art.49 della Costituzione Italiana recita:
<<Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.>>

Questa è una delle due, uniche,  occasioni in tutta la Costituzione, in cui viene citata la parola “partito”. L’altra è all’interno dell’art. 98, per stabilire che si possono porre dei divieti di iscrizione ai partiti per magistrati e funzionari delle forze dell’ordine.

L’art. 49 sancisce una possibilità, un diritto, non un obbligo. Non stabilisce che questo sia l’unico modo attraverso cui si può concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale. Questo sarebbe forse un punto a favore della eliminazione dei partiti. Se ne può fare a meno, costituzionalmente parlando.
Io però tendo a intepretarlo così:
1) Tutti i cittadini possono associarsi liberamente (quindi non è necessaria nè è definita alcuna speciale forma giuridica, i partiti sono libere associazioni, con uno status giuridico pari a quello del club bocciofilo, o degli amici dello scoiattolo rosso)
2) Se il fine di questa associazione è “concorrere a determinare la vita politica nazionale” essa si definisce “partito”.
3) Il metodo che qualsiasi partito deve seguire deve essere democratico.

Per altro non mi risulta neppure che nella Costituzione sia esplicitato in che consista questo metodo democratico. E se penso che sono stati scritti forse migliaia di libri per definire e descrivere cosa sia la democrazia…temo un pò questa mancanza. Se è pur vero che non esiste una definizione univoca accettata, è pernicioso che la Costituzione non si assuma il carico di darne comunque una definizione di riferimento. Gli spazi che lascia alla interpretazione di questo concetto mi preoccupano. Se poi cerco di dedurre il concetto dall’insieme degli articoli della Costittuzione stessa, allora capisco che questa definizione forse non è stata data, proprio perchè la Costituzione Italiana è frutto di mediazioni e circostanze storicamente determinate che ne hanno originato la forma definitiva cercando di contentare capre e cavoli, di fatto lasciando spazi ad ambiguità,  incompletezze, e alcune contraddizioni. Ma di questo scriverò altrove. Comunque quella abbiamo e con tutti i suoi limiti a qualcosa serve, o dovrebbe servire. E soprattutto andrebbe rispettata.

A mio modo di vedere allora, se una associazione di cittadini dichiara di voler concorrere a determinare la politica nazionale, dal punto di vista costituzionale, quella è un partito. A prescindere se denomina sé stessa come partito o movimento o rete o lista civica o altro.
Mi chiedo se debbano essere definiti partiti anche quelli che non dichiarano di voler concorrere alla vita politica, ma poi lo fanno.
Resta il fatto che per la Costituzione Italiana è un diritto associarsi per determinare la politica nazionale.

Come si verifica se i partiti seguono un metodo democratico o no? In realtà anche la natura giuridica labile dei partiti consente l’esistenza di partiti che non applicano affatto un metodo democratico. I partiti persona, i partiti azienda.

E’ la mancanza di questo secondo elemento il primo problema, non l’essere “partito” (cioè cittadini associati che condividono un progetto politico),
La mancanza del metodo democratico è il problema.
I partiti attuali, quelli che sono stati al governo, e la gran parte di quelli che pur non essendoci stati ci vorrebero stare soffrono di carenza di democrazia. Di ademocraziosi: mancanza di vitamina D, anzi DD.
Sono macchine per la conquista e la gestione piramidale del potere.
Costruite, quando va bene, sul principio della delega fino a congresso contrario.
Che assorbono e distribuiscono risorse per mantenere vantaggi per una parte (selezionata) del popolo secondo un criterio piramidale di appartenenza alla associazione: chi sta più in alto ha più vantaggi.
In questi partiti l’organizzazione del metodo decisionale, di gestione delle risorse, delle modalità della partecipazione sono sotto il controllo di pochi e quindi sono strumenti non democratici.

Questi partiti che non concorrono con metodo democratico semplicemente non dovrebbero esistere. Sono simoniaci nel tempio. La costituzione li escluderebbe. Non sono partiti ammessi. Sono fuorilegge. Anticostituzionali.

Che sia chiaro: Non è affatto  inevitabile che una associazione di cittadini che voglia concorrere alla politica nazionale debba farlo accentrando potere e per accentrarne sempre di più. Anzi direi piuttosto che questo dovrebbe, potrebbe, essere impedito , direi proprio vietato. Certamente questo è male. Perchè l’organizzazione piramidale, dove il potere viene delegato senza revocabilità al livello superiore, li mette a rischio (al di là delle intenzioni e dei fini pure anche nobili), di diventare strumenti di potere personale o di casta.  Gli appelli all’uso di forti strutture verticali ( leggasi centralismo democratico) di Giulietto Chiesa, che sembrano avere largo ascolto in Uniti e Diversi, mi fanno perciò rabbirividire. Ma la storia non insegna mai niente?

Il sistema rappresentativo (o meglio: a delega obbligatoria non revocabile prima di cinque anni) svuota la democrazia perché riduce la partecipazione al governo al solo momento delle elezioni. E al solo scopo di cedere la propria sovranità a qualcuno. Delegando per 4 o 5 anni tutto il potere di governare ai soli eletti. Questa situazione è perfetta per chi vuole accumulare potere per sè e usarlo ai propri fini e non per il bene comune. La situazione in Italia poi è stata ulteriormente peggiorata dalla ultima legge elettorale (il cosidetto “porcellum”) che eliminando le preferenze ha tolto ai cittadini anche la possibilità di scegliersi almeno il rappresentante e si può solo scegliere tra un gruppo di potere e un altro. La ormai consueta rimozione anche dell’obbligo di raccogliere un certo numero di firme trai cittadini elettori per presentare le liste elettorali, da parte dei partiti che hanno già rappresntanti nelle istituzioni ha poi garantito il totale e personale controllo dei padroni dei partiti su chi dovrà essere eletto.

Perciò non è che io non voglio i partiti. Non voglio quella immondizia, spacciata per democrazia. Dovunque si sedimenti.

Perchè questo meccanismo di accentramento del potere non sta solo nei partiti della casta, degenerati dalla democrazia finta rappresentativa.
Meccanismi di accentramento possono verificarsi anche (e in alcuni casi di più) in altri tipi di organizzazione. Non solo in quelle che comunemente chiamiamo partiti. Anche in quelle che dicono di non esserlo. Anche in quelle che addirittura dimostrano di non esserlo non avendo uno statuto. O che hanno un non-statuto (ad esempio Grillo e Mov 5 Stelle). Anche queste che dichiarano di non avere struttura definita partito sono a “rischio” di carenza di democrazia. Che democrazia si può costruire a partire dalla presenza di potere enormente accentrato nelle mani di uno solo? E non solo per il carisma, ma anche per proprità dei beni che dovrebbero essere comuni. Come si fa a fare democrazia quando, a scanso di equivoci e rischi, uno solo è il proprietario del nome e del simbolo del movimento e quindi ha tutto il potere solo lui di decidere se e quando usarlo? Grillo, è la versione berlusconiana dell’antipartitismo. Lo stesso vale per Di Pietro (se serve sprecare due parole per citarlo).

L’assenza di struttura definita, di regole esplicite non ganrantisce affatto i diritti dei più deboli, degli umili, di quelli istintivamente rispettosi del diritto altrui. Essi vengono più facilmente trascurati. Il potere allora può venire concentrato dagli individui più carismatici e/o più appariscenti per qualche verso e/o spregiudicati, magari fino alla criminalità.

La democrazia è metodo, regole. Regole esplicite, che proteggono, permettono e garantiscono l’esercizio della sovranità ai membri del popolo.

Se si continua a indicare il male nei partiti si sta solo indicando un effetto e non la causa. La causa è l’accentramento del potere nelle mani di pochi. Se non si mette in evidenza questo, con la semplice richiesta di non avere niente a che fare con i partiti della casta (o anche solo vecchi, o sempicmente già esistenti) o addirittura di eliminare i partiti,  ammesso anche di riuscirci, si rischia di cambiare tutto perché nulla cambi

In defintiva, alla luce di quanto sopra, io credo che i Democratici Diretti siano uno dei pochi,  forse l’unico, partito vero. Perché il loro metodo è genuinamente democratico. E il loro scopo è mantenere il controllo del governo nelle mani dei cittadini, non del partito. Neanche se quel “partito” è il nostro. Noi esistiamo col fine di riportare nelle mani del cittadino il potere, che in democrazia, è suo. E lo fanno coerentemente anche al proprio interno. Mantenendo il controllo della loro organizzazione nelle mani degli iscritti, non dei segretari o presidenti o leader riconosciuti. Pur avendo ruoli, incarichi e deleghe essi sono mantenuti sotto il controllo degli iscritti attraverso meccanismi obbligatori di trasparenza e di revocabilità in ogni momento. E questo è stabilito da statuto e regolamenti trasparenti e quanto più possibile chiari. Nonchè da pratiche rispettose degli stessi.

Perciò, per quanto mi riguarda, (e credo anche per quanto riguarda tutti i membri dei DD) il punto non è nemmeno no alle alleanze con i partiti della casta (anche se questo è un inevitabile corollario del teorema) ma no ad alcuna forma di organizzazione che espropri i suoi membri del potere di governo della stessa. E no a qualsiasi presentazione alle elezioni  che sia finalizzato a gestire il consenso sottraendolo ai legittimi proprietari. Noi siamo disposti a lottare solo al fine di dare ai cittadini la possibilità di mantenere il loro potere democratico oltre il momento del singolo voto. I modello è quello (ormai noto a chi mi legge) della Lista Partecipata. Ed è per questo che noi appoggiamo e contribuiamo all’esistenza della RETE DEI CITTADINI che ha fatto proprio quel modello. Non appoggeremo soggetti politici connotati diversamente. Ne fuori nè dentro ne di fianco ai partiti o movimenti più o meno autodefinitisi anticasta.

Ott 202010
 

Un seminario.
Data: 16 ottobre 2010
Luogo: Quartiere di San Salvario, Torino
Modalità: per relazioni
Durata: 270 minuti . 14.30 – 19.00
Numero relatori: 8
Numero partecipanti: 80 + (72 in platea e 8 relatori)
Tempo dedicato alle relazioni (prima e seconda passata: maggiore di 200 minuti
Tempo dedicato agli interventi di tutti i partecipanti: minore di 70 minuti

Uno non è che deve sempre chiedere la democrazia in ogni circostanza ma se vuole fondare un nuovo soggetto politico con tutti i partecipanti, bisognerà che si pensi a una organizzazione della discussione tra TUTTI i partecipanti di tipo diverso da quella del “seminario”.

Appena arrivato nella bella sede (ex casa del bagno pubblico) ho visto le sedie organizzate con lo schieramento classico: 8 o 10 sedie dietro a un lungo tavolo che fronteggia la platea… con le sedie del pubblico in ordinate file successive… Ogni volta l’immagine che mi sale alla mente è quella dei congressi sovietici che portavano ai massimi livelli questo concetto di distribuzione della collocazione fisica dei partecipanti.

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