Feb 162009
 


Roma, 16 Febbraio, 2009

 

Una premessa,
Sono stato presentato come il segretario dei Democratici Diretti.
Non parlo però a nome dell’Organizzazione: tra i DD nessuno parla a nome dei DD se non ha un mandato specifico.
Tuttavia userò il “noi” quando quello che dico credo sia condiviso dalla stragrande maggioranza dei membri.
Avrei mille cose da dirvi ma le limiterò a poche e sarò forzatamente molto schematico, per non usare un eccessiva quantità di quella risorsa primaria per la democrazia che è il 

tempo lasciato a ciascuno per esprimersi.


Noi siamo una organizzazione con un obiettivo molto ambizioso: riformare le istituzioni dello stato e delle comunità locali in senso democratico diretto.
Chiariamo subito che diretto per noi è un aggettivo quasi ridondante. Quello che noi vogliamo si dovrebbe semplicemente chiamare democrazia. Nel senso pieno del termine di governo del popolo e non di altri al suo posto. Siamo obbligati a usare una specificazione perchè oggi per democrazia si intende un sistema che attraverso un uso distorto e forzoso della delega priva in realtà i cittadini di qualsiasi possibilità reale per determinare le scelte collettive.


Cosa vuol dire diretto? Sgombriamo il campo. Diretto non vuol dire senza delega o senza mediazione alcuna tra la mia volontà e l’espressione della stessa. A rigore in questo senso non esiste niente di “diretto”. Anche quando uso la mia mano per votare, sto ancora usando un mediatore: il mio sistema neruologico e muscolare. Solo che, se uso il mio corpo, sono “quasi” sicuro che tra la mia volontà e l’espressione della stessa esista una relazione certa. Dico “quasi”, perchè, per esempio in certe patologie, una persona può voler alzare la mano ma può non riuscire a farlo oppure vuole dire si e invece il suo apparato muscolare fonatorio pronuncia no. E’ raro ma esiste. E questo mostra l’illusione della pretesa della esistenza della relazione diretta fisica assoluta.
Quindi per noi diretto, significa che deve esistere una relazione diretta, certa, tra la volontà e l’espressione-realizzazione della stessa. In questo senso se io sono certo che il mio mediatore-delegato voterà o si esprimerà come dico io quella sarà una manifestazione di partecipazione “diretta”.
In questo senso una condizione fondamentale perché l’eventuale delega non sia invece perdita di controllo è che la delega sia sempre revocabile.


Ma per una democrazia “diretta” altre componenti sono necessarie.
Noi lavoriamo e studiamo da anni intorno alla ingegneria dei sistemi istituzionali che mostrino nella pratica che è possibile realizzare forme democratiche che maggiormente realizzino questo principio di relazione diretta tra volontà ed espressione, di gran lunga migliori di quella attuale. Non solo nell’espressione del voto, ma anche nell’espressione del proprio pensiero, delle proprie proposte, nella implementazione, verifica e controllo degli atti di governo, Ma, al di là delle infinite possibilità offerte, una cosa è chiara: qualunque sistema che voglia definirsi democratico deve lasciare l’ultima parola al popolo. Se non è così, un sistema non può definirsi democratico. E oggi, in Italia, siamo pericolosamente vicini a questo punto estremo.


Ho seguito e seguo fin dall’inizio il processo che vi ha portato alla costituzione di “ArcipelagoŠCEC”.
Anzi diversi nostri membri sono tra i fondatori dello ŠCEC prima e di ArcipelagoŠCEC ora.
E’ vero anche che ci sono alcuni di noi che vi hanno criticato e vi criticano.
Una cosa che abbiamo capito è che noi democratici (diretti) non potremo mai essere tutti d’accordo. Se vogliamo costruire democrazia dobbiamo partire proprio da questo. Noi siamo tutti d’accordo solo su pochissime ma fondamentali cose:
-perché una comunità si dica democratica la sovranità deve appartenere ai membri della comunità.
-per questo ciascuno dei membri no solo ha uguale dignità e diritti politici ma deve avere la massima e pari opportunità e strumenti concreti per esercitare direttamente questa sovranità.
-va sempre ricercato il massimo del consenso, ma tuttavia alla fine, le decisioni prese dalla maggioranza dei membri sono le decisioni della comuntà e vanno rispettate.
Se la vostra vorrà essere una comunità democratica reale, dovrà realizzare questi principi. E sono quindi felice che abbiate istituito un tavolo proprio destinato a questo.


Il vostro obbiettivo e il nostro sono interni al più generale movimento di cittadini accomunati dal desiderio di riprendere il controllo sulla propria vita. Controllo che l’atttuale democrazia a rappresentanza obbligatoria e irrevocabile a tempo ha quasi del tutto eliminato.
Anche solo per questo avete tutta la mia simpatia e il mio incoraggiamento.


C’è tra voi, e anche stimolato dall’esterno, un ampio e continuo dibattito su cosa sia o deve essere lo ŠCEC: è un buono sconto, è una moneta? So che tutti voi siete contro il signoraggio privato della moneta, così come lo siamo noi. So che questa è la base ideale che vi ha unito. Ma qual’è la strada migliore per riconquistare la sovranità sulla moneta che è il comune obbiettivo finale? Io non lo so. Quello che so è che nessun obiettivo potrà democraticamente affermarsi senza il consenso di una vasta maggioranza di cittadini. Quello che so è che intanto larghi strati della popolazione sono in sofferenza. Che c’è bisogno di risposte concrete e non solo ideologiche. Quello che so è che tutti noi non vogliamo un cambiamento traumatico e violento ma pacifico e possibilmente nell’ambito della legalità , la quale per fortuna, ancora lascia margini, anche se piccoli, a reali processi di cambiamento pure sostanziale.


Ma lo ŠCEC è interno o esterno al sistema?
Io, non vi stupite di quello che sto per dirvi, vi dico che la forza dello ŠCEC sta ANCHE nella sua attuale ambiguità.
Da una parte, formalmente lo scec si configura come un “banale” sconto. Lo ŠCEC, così come oggi è configurato, non contravviene al diritto penale, civile e amministrativo vigenti. Questo permette all’iniziativa di non essere soffocata sul nascere o appena mostra di diffondersi. O almeno rende meno semplice per chi voglia distruggerlo farlo usando il controllo sulle istituzioni. Dall’altra però, quasi che lo si voglia o no, lo ŠCEC è vissuto da chi lo usa come una moneta. Auriti ci ha insegnato che un oggetto acquista il significato di moneta per via del valore che l’utilizzatore gli attribuisce. Questo significato funzionale nessuna legge può impedirlo. E questo è il significato che le persone che usano lo ŠCEC attribuiscono allo scec stesso. E’ questo che gli da un valore oggettivamente “eversivo”. La sua vera carica ideale. Non perdetela mai.


Stamane avete discusso a lungo della necessità di valutare i possibili modi in cui il progetto scec potrebbe essere stoppato da chi intravede quel valore eversivo e vuole mantenere i propri privilegi e poteri. E’ giusto preoccuparsene e approvo l’istituzione di un gruppo di lavoro specifico intorno a questo tema. Che tra l’altro affronti il tema del linguaggio che si utilizza, o della propria articolazione interna, così che non si presti il fianco all’attacco legale o mediatico.
Però dobbiamo sapere che nessuna legge garantisce contro i pre-potenti. Noi dd abbiamo discusso per anni degli strumenti e dei “paletti” legislativi e costituzionali che possano garantire una eventuale repubblica dd da chi la volesse distruggere. Ma molti di noi ormai sono convinti che non esistono leggi o norme che possano garantire la democrazia. Nessuna costituzione è più forte dei carriarmati. Perchè le leggi e le costituzioni valgono per chi vuole rispettarle. Mentre chi non vuole, deve essere “forzato” al rispetto. E in democrazia non solo l’unica legittimità all’uso della coercizione viene dalla volontà della maggioranza, ma l’unica sua difesa reale viene dalla esistenza di una vasta naggioranza di cittadini disposti a lottare per difenderla. Così anche per voi, l’unica difesa reale, verrà non tanto dalla adesione formale alle leggi, ma dalla reale diffusione e accettazione che lo scec saprà raggiungere. Per questo non dovete irrigidire troppo magari fino a impedire quella “ambiguità” sociale di interpretazione che consente allo scec di essere vissuto come una moneta e che è il motore primo della sua diffusione e il suo valore più alto.


A quel valore dello ŠCEC, aggiungerei che le discussioni e i dibattiti che si sviluppano intorno allo scec aprono spazi alla comprensione dei reali meccanismi dell’economia, su chi la controlla e sulla natura della moneta preparando naturalmente il terreno alla comprensione della schiavitù economica istituita dal signoraggio privato. Infatti, se è vero che abolizione del signoraggio privato passa attraverso la scoperta e la conoscenza dello stesso, queste non possono essere attuate semplicemente con la denuncia pura e semplice e la proposta dura e pura del suo ribaltamento. I meccanismi sono più sottili. Occorre disporre le menti all’ascolto e un messaggio estremo non raggiunge l’obiettivo, ma al contrario spesso irrigidisce e chiude a difesa. E’ dura accettare che molti dei nostri simili siano poco razionali e a volte anche di fronte all’evidenza si rifiutino di coglierla. Ma è così. Il nostro nemico lo sa e usa questo e anche noi dobbiamo saperlo.
Non si tratta quindi di “denunciare” ossessivamente il signoraggio privato o di proporne tout-court oggi l’abolizione. Volare basso, diceva qualcuno stamane. Giustissimo, ma questo non dovrebbe arrivare a rinunciare a “descriverlo”, quando se ne presenti l’opportunità. La semplice e umile descrizione della verità è rivoluzionaria. Se per amore di difesa rinunciassimo completamente a dire la verità e aderissimo totalmente ai canoni imposti, allora avremmo tradito noi stessi e la nostra causa.


Lo ŠCEC cammina e deve camminare su una linea sottile. Può essere facile scivolare dalla parte del semplice strumento di supporto dell’esistente. E solo la carica ideale e la consapevolezza e la saggezza collettiva dei suoi membri può determinare la direzione che di tempo in tempo sarà quella più opportuna. Per questo è ancora più importante che il controllo sullo scec sia realmente nelle mani di tutti i membri. Oggi io vedo in voi chiaramente questo. E posso dire che, oggi, lo scec non è il vaso di fiori alla finestra del prigioniero, ma la lima che lentamente logora le sue sbarre a dispetto del secondino.
Per questo auguro a voi e a noi la miglior fortuna.

ArcipelagoŠCEC 

 

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