Massimo Fini e la dd riduttivamente applicabile in ambito limitato e ristretto

 

Massimo Fini è uno dei pochi intellettuali che scrive libri non banali e che non ricercano un facile consenso. In “Sudditi. Manifesto contro la democrazia”(1) descrive in maniera lucida i reali meccanismi di potere permessi e direi quasi stimolati dalle istituzioni a democrazia rappresentativa. Di fatto i sistemi rappresentativi conculcano la sovranità del popolo e trasformano i cittadini, appunto, in sudditi. Il suo giudizio negativo sull’ attuale finta democrazia è senza appello, e mi trova assolutamente concorde.

La sua critica è spietata, profonda e supportata da un analisi accurata che condivido quasi integralmente. Ma quando si tratta di individuare un modello capace di superare le degenerazioni praticamente onnipresenti nei paesi a “democrazia reale”(2), egli si ferma sulla soglia della soluzione. A questa soluzione egli dedica due scarne paginette, in una delle quali Fini arriva a riconoscere che la soluzione “sarebbe recuperare la democrazia diretta” [pag.113], ma sostiene che la sua applicabilità non può che essere relativa ad ambiti limitati e ristretti.
Io credo che l’argomento “democrazia diretta”, avrebbe meritato maggiore approfondimento, e spero che in qualche suo prossimo libro egli ripari a questa eccessiva sintesi al limite della superficialità.

Analogamente il manifesto di “Movimento zero” che si ispira alle idee di Fini, al nono punto recita “Sì alla democrazia diretta in ambiti limitati e controllabili”.

Ma perchè mai la dd dovebbe essere applicabile solo in ambiti “limitati e controllabili (o ristretti)”?
Nelle due paginette di cui sopra Fini, giustamente, sostiene che “democrazia non significa solo decidere tutti insieme”. E qui sono completamente d’accordo. E significa anche “avere consapevolezza di ciò che si decide” e anche qui siamo d’accordo, anche se farei qualche riflessione (che qui vi risparmio) su cosa voglia dire “essere consapevole”. E significa anche “[avere] conoscenza sulla materia su cui si decide”. E qui dissento. Non perché questa affermazione sia falsa in sé, ma perché rischia di diventarlo se con quella affermazione estensivamente si intende dire che solo se sei un competente della materia allora puoi decidere. Questa indebita estensione mi sembra sia in atto quando da quella affermazione si arriva alla conclusione che la dd può essere applicata solo in ambiti ristretti. E infatti Fini esemplifica scrivendo “conoscenza sulla materia su cui si decide, come le aveva il contadino della comunità di villaggio grazie all’ambito ristretto su cui si muoveva”[pag.114], come se cioè il problema fosse proprio quello di avere competenza diretta o specifica sull’argomento.

Le ragioni del mio deciso dissenso sono di ordine specifico ma anche di ordine generale (relative cioè a quello che si intende per democrazia “diretta”).

Cominciamo con le ragioni specifiche.

1) Una cosa è essere competente su un argomento, un altra è essere in grado di esprimere un giudizio.
Questo problema era già noto ai tempi di Atene. Vari studiosi, per esempio Finley(2), sottolineano come gli ateniesi riconoscessero la maggiore competenza tecnico/politica, ma nello stesso tempo riconoscevano che ogni uomo (cittadino) possedesse la “politike’ techne”, l’arte del giudizio politico.
In altre parole: io posso non sapere nulla di un argomento, ma posso ascoltare, informarmi, e farmi un giudizio sulla base di queste informazioni.
Non c’e’ dubbio che una maggiore conoscenza favorisca una migliore capacità di giudizio. Ma la relazione tra conoscenza o competenza tecnico/culturale (e pure anche politica) e la capacità di giudizio, in specie politico, non è in senso logico, per non dire in senso psico-logico, né necessaria né sufficiente.

2) Una cosa è essere competente un altra è avere comunque il diritto di decidere.
Io non so nulla di medicina e chirurgia, ma il diritto di decidere se farmi una operazione o no, è mio. Perchè mio è il corpo che deve subirla. Così i cittadini possono essere diversamente compententi su una data porzione di res publica, ma tutti ugualmente saranno sottoposti alla decisione che riguarda quella porzione di res publica.
Anche qui gli ateniesi ancora qualcosa ci insegnano. L’assemblea non sopportava gli interventi o le proposte degli stolti (il diritto di parola non era riconosciuto esattamente a tutti), ma nessuno mai avrebbe cancellato il diritto dello stolto a decidere su ciò che come gli altri avrebbe dovuto sopportare.

3) Il problema della conoscenza della materia come requisito per la competenza a decidere non viene superato restringendo l’ambito.
Il restringere l’ampiezza della comunità non supera il problema di avere singoli cittadini diversamente competenti sugli argomenti oggetto di decisione. Anche in una comunità ristretta (come il villaggio evocato da Fini) le competenze sarebbero certamente diverse e di diverso livello di profondità. Chi sa molto di coltivazioni agricole, probabilmente sa molto poco di carpenteria. E viceversa. E in un ambito ristretto più “moderno” come la città o il quartiere, chi conosce bene un aspetto della materia (per esempio il proprio territorio) potrebbe non sapere nulla di altri aspetti sulla stessa materia (per esempio di urbanistica e/o di circolazione stradale).

Non sto, ovviamente sostenendo che la restrizione dell’ambito o più in generale il decentramento, non sia utile. Tutt’altro. Anzi il decentramento, o l’autonomia locale o, ancora meglio, la concezione federalista, sono un “must” per un democratico diretto. Non solo per una ragione di efficienza della democrazia ma proprio perchè ciò che è res publica in un ambito ristretto può non essere res publica per l’ambito che lo contiene. E quindi non di competenza di tutti cittadini di quell’ambito più inclusivo. Se nel mio quartiere dobbiamo costruire una casa popolare o un parco, in prima istanza riguarda i cittadini del mio quartiere e non i cittadini di kuala lampur. La distinzione di ciò che è di ambito locale e ciò che non lo è, non è sempre semplice e tuttavia esiste. E qualsiasi implementazione della democrazia diretta deve renderne conto.

4) Infine si sottovaluta l’effetto educativo della pratica della democrazia (diretta) stessa sulla crescita di competenza (e di motivazione) non solo politica dei cittadini.
In effetti con questo quarto punto mi avvicino alle ragioni di ordine generale. Perché questo ha a che fare con la visione della democrazia diretta non come uno “stato del sistema” da raggiungere una volta per tutte, ma piuttosto come un processo che va innescato ed alimentato. Di questo processo, di questa dinamica, sono parte integrante i processi di apprendimento.

Ancora una volta mi aiuta Finley(2) che scrive a proposito dell’epoca di Pericle: “Un giovane imparava la propria educazione partecipando all’Assemblea; probabilmente non imparava quali erano le dimensioni della Sicilia (….) ma veniva a conoscenza dei problemi politici di Atene, delle scelte, delle argomentazioni, e man mano apprendeva a valutare gli uomini che si facevano avanti per fare politica…” E Stuart Mill:” Nonostante i difetti del sistema sociale e delle idee morali dell’antichita’, la partecipazione al dicastero e alla ecclesia elevarono il livello intellettuale del cittadino ateniese medio molto al di sopra di quello che sia mai stato ottenuto finora con altre masse di uomini…”

E veniamo alle ragioni di ordine generale.

Ho l’impressione che questa condizione restrittiva per l’applicabilità della democrazia diretta sia figlia di una concezione della dd essa sì riduttiva (o per lo meno sbrigativa) , e di una insufficiente considerazione di alcuni aspetti della azione di governo in generale e quindi delle possibili implementazioni democratiche dirette di quegli aspetti.

1) In primo luogo sembra che la concezione di dd che Fini sostiene sia vittima di quello che in fondo è uno stereotipo: la democrazia diretta sarebbe quella praticata nell’antica Atene la quale a sua volta sarebbe quella dove i cittadini partecipano direttamente e decidono direttamente senza intemediari di alcun tipo.

Il concetto di diretto non va, e non può essere, inteso come “senza alcuna mediazione tra la mia volontà e l’espressione efficiente della stessa”.
Ma piuttosto in senso cibernetico, di “relazione certa tra espressione della volontà e valore atteso della azione partecipativa”. Con la capacità, quindi, di rimodulare l’espressione per ottenere il risultato voluto.

A rigore, infatti, non esisterebbe niente di diretto nel primo senso. Tra volontà ed espressione della stessa sempre esiste un “mediatore” fosse anche semplicemente il mio sistema muscolare che fa alzare la mano per votare si o no.
Non importa se sul pezzo di carta scrivo io con le mie manine sante il mio voto. Quello che importa è che il voto scritto (da me o da mio zio o attraverso altri sistemi-delegati, sia esattamente quello che volevo).

La nozione di democrazia diretta aderente al suo significato ultimo, quindi, contempla la delega. (4) (e per la verità anche quella ateniese la contemplava: per i compiti esecutivi – quasi sempre inevitabile- per i compiti giudiziari, e altre funzioni). Di più. La delega, anzi, per i democratici diretti è un DIRITTO. Ciò che conta è che il cittadino, che la esercita, non perda MAI il controllo su di essa e sulla porzione di sovranità di cui è portatrice e quindi essa deve essere espressa in forma sempre revocabile.

2) In secondo luogo vorrei indicare che esistono due dimensioni cruciali della partecipazione: la dimensione intensiva e la dimensione estensiva. Brevemente per estensione della partecipazione intendo il numero di cittadini che possono partecipare, per intensione intendo la quantità (varietà) di decisioni cui si può partecipare. La possibilità di partecipare è condizionata da una serie di fattori tecnici connessi agli strumenti che si utilizzano per trasmettere e ricevere i contenuti della partecipazione. Senza entrare nel merito in questa sede, mi limito a dire che il fattore “velocità” della comunicazione partecipativa (per esempio la velocità con cui si possono svolgere le operazioni di voto) è naturalmente correlato all’estensione e all’intensione della partecipazione. La cosa interessante (poco meno che ovvia ma è importante rilevarla) è che se si può rallentare la velocità di una decisione, paradossalmente, si può pensare di estendere la partecipazione molto di più (perchè non tutti possiedono gli strumenti più veloci o sanno usarli, o possono avere il tempo di usarli tutte le volte che serve).

Consideriamo che su alcune decisioni non è appunto necessario decidere in poco tempo. Si pensi per esempio a leggi che stabiliscano i livelli di emissione di CO2. Si potrebbe anche pensare di fare un referendum mondiale, dove nell’arco di sei mesi, anche quelli che possono votare solo usando la corteccia degli alberi possano farlo. Cioè riduci la velocità richiesta alla partecipazione e aumenti l’estensione della partecipazione. Ovviamente il campo di cose su cui si può decidere (“l’intensione”) si riduce riducendo la velocità.

In definitiva alla luce delle 4+2 considerazioni di cui sopra mi sento di poter affermare che considerare la democrazia diretta applicabile solo in un ambito limitato e controllato è inutilmente restrittivo e priva i cittadini, se non l’umanità, dell’unica soluzione praticabile per la realizzazione di un governo responsabile delle nostre società complesse e degli enormi problemi che abbiamo davanti. Di fatto lascia campo libero alla prosecuzione dell’esistente o di altre analoghe (o peggiori) forme di oligarchia se non anche a orribili idee neo platoniche di governo degli illuminati.

Roma, ottobre 2007.

(1) Massimo Fini, “Sudditi. Manifesto contro la Democrazia”, Marsilio Editori, 2004.
(2) Moses I. Finley, “La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, 1982.
(3) Dove “reale” va inteso nella stessa accezione con cui si sono indicati i sistemi a socialismo “reale”. Con quell’aggettivo si denunciava lo iato tra i sistemi socialisti ipotizzati dalle teorie socialiste e quello a cui nella realtà conducevano gli sviluppi delle varie rivoluzioni o trasformazioni cui quelle teorie si ispiravano. Mentre secondo quelle teorie i sistemi socialisti avrebbero dovuto portare uguaglianza, giustizia sociale, libertà nel “reale”, essi realizzavano veri e propri sistemi totalitari dove l’ingiustizia, la sopraffazione, la diseguaglianza regnavano sovrane. Si può poi discutere quanto le implementazioni del socialismo dei paesi a “socialismo reale” fossero degenerazioni della teoria e quanto conseguenze inevitabili delle teorie stesse in sè contenenti i geni del totalitarismo.
(4) Si veda su questo: Delega e dd. Cosa significa l’aggettivo “diretta”.

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