I democratici diretti e le elezioni rappresentative

 

Non tutti i dd concordano con la necessità di partecipare alle elezioni politiche rappresentative. Questo è particolarmente rivolto a loro. Il doc è un pò lungo, (come al solito) ma io odio le semplificazioni, e vi assicuro che comunque ho fatto un notevole sforzo di sintesi.

COME DEVE PORSI UN DEMOCRATICO DIRETTO RISPETTO ALLE ELEZIONI POLITICHE RAPPRESENTATIVE?

—– Non votare.

La politica che io e molti altri DD abbiamo seguito per anni è stata (e per molti è ancora) la semplice astensione intesa come “non partecipazione al voto”.
Le ragioni (o se preferite le giustificazioni) erano e (per chi continua a non votare ancora sono) molteplici.

Innanzi tutto l’idea che essendo contro la democrazia rappresentativa e ritenendo questo sistema “ladro di sovranità” il “non voto” costituisse l’unica scelta coerente possibile con la richiesta dd di non dover delegare qualcuno a governare per noi.
In realtà non votare non significa affatto non delegare nessuno: questo sarebbe vero se, dopo il tuo non voto, nessuno fosse autorizzato a prendere decisioni vincolanti per te e a tuo nome. Poiché invece dopo le elezioni gli eletti saranno considerati come rappresentanti di tutto il popolo (votante e non), non votare significa delegare, non qualcuno di specifico, ma tutti gli altri a decidere per te. Da questo punto di vista non votare è la peggiore delle deleghe possibili, perché lascia ai tuoi nemici ancor più campo totalmente libero.

Un altra ragione del “non voto” è di ordine più tattico-strategico. Secondo questa concezione il non voto si può considerare, oltre che una forma di azione di protesta e un modo per contarsi, anche una speciale azione politica. Il ragionamento è: quando la stragrande maggioranza dei cittadini si sarà astenuta dal voto allora saranno raggiunte le condizioni perché la democrazia diretta possa realizzarsi, sostituendo il sistema dominante che verrebbe così chiaramente delegittimato dall’astensionismo.
Non si capisce bene perchè mai questo dovrebbe accadere.

Infatti in certi stati democratici la percentuale dei votanti continua comunque a scendere fino anche ben al di sotto del 50% e nulla cambia. Forse si potrebbe obbiettare che dovrebbe essere ancora più bassa, ma il punto è che questa impostazione di fatto richiede poi un qualche cambiamento che dovrebbe essere generato dall’esterno del sistema rappresentativo, una volta che il sistema fosse delegittimato dalla bassissima affluenza alle urne. Il che significa una qualche fase rivoluzionaria in cui il potere legislativo viene assunto dal popolo che ridefinirebbe le sue istituzioni in senso dd. Da questo punto di vista il rischio che la transizione si realizzi in modo traumatico e violento diventerebbe molto alto.

A questo proposito merita una segnalazione qualcuno che coglie questo aspetto, protervamente, per insistere nell’astensionismo, sostenendo che il fatto che anche con una maggioranza di astensionisti non si crei la dd è una ulteriore prova che la dd non dipende da una azione politica propriamente detta, ma dipenderebbe esclusivamente da un cambio della mentalità, la quale a sua volta dipenderebbe quasi totalmente dall’educazione familiare. Quindi è proprio meglio lasciar perdere ogni velleità politica, o peggio elettorale, e concentrarsi esclusivamente sull’educazione, fornendo ai genitori metodi educativi liberatori. Non si capisce poi perchè quelle stesse mentalità, refrattarie alla dd, dovrebbero invece essere pronte ad assumere modelli educativi liberatori… Né si capisce come mai i dd comunque esistano e crescano di numero. Né si capisce perchè mentre i genitori allevano nuovi figli dd, i già dd non dovrebbero agire anche a livello elettorale.

Un altra ragione, ancora più debole, è l’uso dell’astensione come “minaccia” nei confronti dei partiti tradizionali che così sentirebbero una sorta di pressione a non trascurare le istanze democratiche dei cittadini.
La storia delle elezioni italiane ha visto l’astensionismo oscillare attorno a valori che talvolta sono anche stati definti allarmanti, ma che di certo non hanno poi condotto all'”ascolto” delle istanze popolari ma al più a migliori tecniche di manipolazione del consenso. Infatti poiché è impensabile un astensionismo del 100% in realtà la minaccia, al più colpisce solo la parte che perde più consensi, lasciando la vittoria all’altra parte, ben felice dell’astensionismo che colpisce la parte avversa”.

In sostanza l’astensionismo è comunque perdente, e l’unica vera giustificazione per cui poteva essere se non accettabile, almeno giustificabile, era che nessuna scelta sembrava e poteva nella pratica ragionevolmente modificare nulla, essendo il movimento democratico diretto così debole e così poco visibile.

In definitiva la scelta astensionista, si configurava (e quando presa ancora si configura) come una sostanziale prova di debolezza e di impotenza. In questo senso essa è logica se realmente si è impotenti.

—– Votare ma non concorrere.

Ma oggi la situazione appare diversa. Il movimento numericamente e qualitativamente è cresciuto e continua a crescere anche se naturalemente ancora alcuni limiti e difetti di ingenuità e immaturità sono spesso presenti. Ed è cresciuta anche l’elaborazione teorica sia riguardo i modelli dd, che riguardo le strategie possibili ed efficaci del movimento.

In questo senso appare più che mai chiaro che se si vogliono cambiamenti delle istituzioni in senso democratico diretto il movimento dd dovrà certamente generare e liberare forze enormi. Molte azioni sinergiche dovranno realizzarsi e sedimentare cambiamenti culturali profondi. Dovranno determinarsi modi nuovi di organizzarsi, nuove forme di propaganda, un nuovo senso di responsabilità e una nuova coscienza dell’essere individuo cittadino del mondo. Dovra’ costituirsi un nuovo significato anche alla figura di leader che non dovrà piu’ essere “capopopolo” ma esempio e stimolatore di indipendenza… e chissà cosa altro ancora.

Ma una cosa è sicura: se vogliamo che i cambiamenti istituzionali, che alla fine dovranno determinarsi, siano raggiunti in forma pacifica, occorrerà rispettare la legalità attuale, la quale pur essendo determinata da meccanismi rappresentativi, fortunatamente prevede la possibilità della loro trasformazione in senso democratico diretto.
Intendiamoci non è affatto detto che la parte che sostiene la democrazia rappresentativa sarà sempre rispettosa delle regole del gioco e noi non dovremo essere ingenui. Ma, strategicamente, dovremo legalmente utilizzare le regole del gioco attuali.

Questo significa che per ottenere cambiamenti in senso democratico diretto dovra’, secondo i vigenti meccanismi costituzionali, determinarsi in parlamento una maggioranza che li istituisca. Oltre che, naturalmente, una maggioranza nel paese che li approvi con referendum.

Di fronte a questa chiara consapevolezza del passaggio obbligato in parlamento di qualsiasi riforma costituzionale, comprese quelle democratiche dirette, il movimento, purtroppo, ancora una volta si divide seguendo due principali strategie molto diverse. Presentare liste autonome coinvolgendosi direttamente o non presentare liste autonome e dando il voto ad altri.

Una parte (e importante) del movimento ritiene quindi che i democratici diretti non possano partecipare in prima persona o ancor meno in maniera organizzata alle elezioni rappresentative. L’opzione è quella di scegliere tra i partiti che si presentano quelli (o i singoli esponenti) che assicurano, o almeno sono disponibil, a introdurre strumenti di democrazia diretta una volta eletti.

Questa posizione, che a me appare vagamente bizantina, è giustificata in vari modi.
Uno di questi modi sostiene una malintesa “coerenza”, (visto che poi comunque si decide di votare sempre) del tipo: “noi non partecipiamo al gioco della democrazia rappresentativa”.

Vicina a questa precedente, c’è una ragione che definirei di “messaggio di alterità” che si vuole lanciare, del tipo: “noi che siamo contro il furto di sovranità non possiamo chiedere una delega e diventare anche noi ladri di sovranità”.

Questa posizione abbastanza diffusa (che risente degli influssi della concezione anarchica della dd, o è figlia di delusioni cocenti patite nei movimenti ) è, secondo me, assolutamente perdente e sbagliata perchè considera la concentrazione del potere come male in sé. E pensa di combatterlo opponendosi a quella. Ma è una posizione antistorica e direi anche ascientifica.
In senso generale, per modificare la realtà, o semplicemente per esistere, ènecessaria accumulazione di potere, di energia. Ma anche senza scomodare la filosofia della scienza, nei fatti umani le questioni di potere si pongono continuamente. La scelta cioé, non è se avere o non avere leader, ma tra avere leader in maniera controllata e scelta dd, o secondo la legge del più forte. La scelta non è se avere o no concentrazione di potere, ma se la concentrazone di potere deve essere usata per il bene collettivo e controllata da chiari ed espliciti meccanismi dd, o se per fini personali e di sopraffazione.
Insomma, per timore di non essere condizionati-corrotti dal potere, di fatto si abdica all’ipotesi di gestione diretta del potere e se ne cede il reale controllo agli altri.

C’è, inoltre, rispetto alla posizione di dare il voto agli altri partiti, un’altra ragione più diffusa e apparentemente più convincente, che definirei di “messaggio universale”. Si vuole infatti lanciare ai cittadini, un messaggio del tipo:
“la dd non è affare di un partito, deve valere per tutti i cittadini di tutti i partiti e quindi non ha senso un partito della dd né, quindi, che si presentino liste autonome alle elezioni. I cittadini dovrebbero fare campagna per sostenere quei partiti e quei candidati che si impegnano a promuovere strumenti di partecipazione e di democrazia diretta”.

Questi dd si trovano quindi a dare il loro voto a candidati (ammesso che li trovino) che potranno dare pochissime garanzie rispetto agli obiettivi desiderati.
Sappiamo tutti (e infatti è proprio per questo che vogliamo la dd) che i candidati che vengono eletti devono principalmente rendere conto ai partiti che li presentano piuttosto che ai cittadini che li eleggono.
Così i partiti possono anche “tollerare” di raccogliere consenso sostenendo alcuni obbiettivi dd, ma non potranno certo tollerare che, realmente, tali obbiettivi dd si realizzino.
Così, questi dd, si devono aspettare di avere in definitiva il ruolo di portatori d’acqua dei partiti. Le lobbies trasversali, che questi dd pensano di poter generare per condizionare i partiti, potranno anche ottenere piccoli e limitati successi, ma non potranno mai costringere i partiti a fare scelte che ne rendono possibile la loro trasfigurazione da strumenti di potere in strumenti al servizio dei cittadini, o peggio che possano teoricamente anche renderli del tutto inutili.

Comunque, ai DD che si ostinano in questa visione, dico che non ci dovrebbe essere nessuna buona ragione per cui, tra gli altri (liberali, forzisti, leghisti, comunisti, socialisti, radicali, cristiani, automobilisti…) non si possano presentare anche liste democratiche dirette, e poiché in ogni caso una certa fetta di dd sostiene questa necessità, state certi che ce ne saranno.
Quindi un DD che sostiene il voto agli altri partiti o candidati “sensibili alla dd” dovrebbe trovare in queste liste più facilmente quei candidati che oggi invece si autocondannano a cercare negli altri partiti. Perciò li esorto, se non a partecipare attivamente alle liste, almeno a dare il loro voto (là dove ci saranno) alle liste che sostengono la democrazia diretta. Dovrebbe essere più facile e coerente che darlo agli altri partiti, no?

—– Concorrere come gli altri .

Per completare questo escursus di posizioni rispetto alle elezioni, devo dire che anche tra chi ha deciso di correre il rischio di partecipare direttamente alle lezioni ci sono (ebbene sì) delle differenze importanti. Le quali discendono sostanzialmente da una diversa visione del processo di trasformazione che dovrebbe portare ad avere una società piu’ democratica in senso dd, e quindi da una diversa visione del tipo di organizzazione che dovrebbe sostenere o stimolare quel processo.

Per farla breve c’è una visione, che io definisco neo-leninista, secondo la quale conquistare una maggioranza parlamentare per ottenere trasformazioni dd è un po’ come conquistare il “palazzo d’inverno”. In questo senso il fine giustifica i mezzi e partecipare alle elezioni è obbligatorio per conquistare il potere di istituire poi la democrazia diretta. Questa concezione può anche estendersi a considerare la necessaria organizzazione, attraverso la quale operare, come un vero e proprio partito tradizionale con un grande controllo sulle politiche dei membri, anche a prezzo di un tasso basso di dd interna (se alcuno) pur di raggiungere l’agognata meta.

Due grandi errori sono presenti nella concezione di cui sopra.

Il primo è che la dd non è un tipo definito di sistema politico da raggiungere una volta per tutte. La democrazia è un sistema necessariamente dinamico, un processo, più che uno stato definitivo. La democrazia, per essere tale, deve essere pronta ad adattarsi alle diverse condizioni e può migliorare teoricamente all’infinito. La qualità della democrazia dipende infatti da molti fattori, i quali tutti hanno una natura evolutiva e progressiva. Dalle condizioni economiche (che permettono sempre più tempo da dedicare alla gestione della cosa pubblica), dai livelli culturali e di coscienza degli individui, dagli strumenti tecnici a disposizione in un dato contesto economico e sociale, dalla evoluzione e invenzione degli strumenti normativi e organizzativi e altro ancora. Quindi si tratta non di raggiungere uno stato, ma di innescare il processo di ricerca continua di migliore democrazia, e questo non si fa semplicemente stabilendo di punto in bianco, a partire da un certo giorno, il governo dei soviet dd, ma praticando e ricercando, giorno per giorno, più democrazia.

Il secondo errore riguarda proprio la sottostante e implicita concezione che “il fine giustifica i mezzi”. Per cominciare si dimentica che questo assioma, nella sua nota versione originaria, era rivolto da Machiavelli al “principe”, che era l’unico destinatario del messaggio, il cui scopo era conquistare il potere per sé stesso. Gramsci, che ha poi ripreso questo concetto per definire una strategia rivoluzionaria, equiparava infatti il partito al principe. E infatti l’assioma funziona benissimo se vuoi creare principi. Ma se il tuo scopo è la eliminazione dei principi, quell’assioma non funziona, non è adatto, anzi, proprio controproducente, perché quell’assioma è perverso in sé: è valido se l’unica cosa che ti interessa è la conquista del potere in sè. Non credo che questo sia quello che vogliamo.
Ora, se non si vuole esaminare la questione dal punto di vista della filosofia politica, almeno la storia dovrebbe insegnare qualcosa. Ogni volta che per amore di un obiettivo ideale gli individui o le organizzazioni hanno deciso di sottomettersi a pratiche e metodi opposti a quelli per cui si sta lottando, queste pratiche alla lunga hanno condizionato e deteriorato irrimediabilmente i fini.

Inoltre questo modo “neo leninista” di intendere l’organizzazione stimola ulteriormente i timori di tutti quei dd che, giustamente, temono che con la organizzazione partitica si realizzi un effetto del tipo descritto dalla fattoria degli animali di Orwell. Con la giustificazione di lottare per la liberazione degli oppressi e di accettare di subordinare la pratica costante della democrazia alle necessità della lotta per la conquista del potere, si finisce per costruire un ulteriore sistema di potere dove cambiano solo i padroni e i colori delle bandiere.

Così si realizza un ulteriore danno verso il movimento dd: si dà un contributo all’idea che la ricerca e la gestione potere da parte di una organizzazione dd sia sbagliata e contraddittoria agli ideali dd.
Ma ciò che è sbagliato invece è il modello organizzativo proposto (che non è dd). Ciò che è sbagliato è l’idea di gestire i rappresentanti eletti in termini di rappresentanti di partito e non dei cittadini.

Se fosse vero che i dd non devono cercare di gestire in modo dd il potere allora a rigore, vorrebbe dire che la società tutta non può gestire il potere in maniera dd, che la dd stessa è impossibile. Perché la dd è gestione del potere, non eliminazione del potere. Quello nessuno potrà mai eliminarlo.

CONCORRERE IN MANIERA DD. OVVERO, COME PRATICARE PIU’ DEMOCRAZIA NEL CONTESTO DELLE ELEZIONI POLITICHE RAPPRESENTATIVE.

(L’ Organizzazione DD o la pratica della democrazia come mezzo e come fine.)

La modalità di presentazione e di partecipazione alle elezioni che propongo io è in stretta relazione anche alla visione del modello organizzativo che a mio parere i dd dovrebbero sostenere. Un modello di organizzazione che al di là delle etichette nominalistiche (che possono sempre lasciare il tempo che trovano, ma che comunque sconsigliano l’uso del termine “partito”) è molto differente da quella dei partiti come li abbiamo finora conosciuti.

Credo che non ci sia bisogno di sottolineare che il movimento abbia bisogno di organizzazione. Non è proprio pensabile che l’intero processo di trasformazione che vogliamo mettere in moto si determini in modo spontaneistico e con effetti che si determinano dalla mera sommatoria di miriadi di azioni individuali o di gruppi che si muovono in ordine sparso e che trovano coordinamento saltuario di volta in volta.
Anche qua la storia dovrebbe insegnare. Il movimento no-global è l’ultimo esempio. Alla fine, la mancanza di struttura complessiva realmente democratica (perchè assemblearista, senza regole esplicite e condivise, senza leader votati e/o revocabili, con un metodo organizzativo spontaneista e condizionato dai carismi individuali o peggio dalle organizzazioni a forte struttura, etc.), ha determinato la sostanziale impotenza a generare cambiamenti reali. Anche per la impossibilità (in quelle condizioni) di avere rappresentanza politica là dove si gestisce il potere. Rappresentanza che è stata parzialmente invece assunta in senso strumentale da certi partiti tradizionali, che, ancora una volta, hanno cavalcato la tigre finché essa correva.

L’organizzazione è insomma assolutamente necessaria. Solo che non può essere un qualsiasi tipo di organizzazione. Nè una organizzazione il cui fine è la massima efficienza nella conquista del potere. Il fine dell’organizzazione dd deve essere la pratica della dd stessa (!) nel mentre si lotta per più democrazia.
La creazione di spazi dove si può praticare la democrazia diretta è lo scopo della organizzazione. Per primo, quindi, all’interno della organizzazione stessa. Ma ovunque sia possibile occorre lottare per più democrazia. Soprattutto dove c’è potere che gestisce res pubblica noi dobbiamo in tutti i modi mettere più democrazia. In questo senso la semplice scelta di dare il voto a candidati volenterosi o simpatizzanti è una scelta che definirei, ad essere buoni, di ripiego. Ma più semplicemente è una scelta di impotenza e di incapacità nel praticare più democrazia in quel contesto.

(Il rappresentante eletto come strumento di partecipazione dd)

Il concetto di fondo che bisogna cercare di implementare è che l’eletto non appartiene al “partito” della dd, nè a sè stesso, ma all’insieme dei cittadini che ne hanno consentito la candidatura con la loro firma (e magari anche ai cittadini che fanno pubblica dichiarazione di voto in favore della lista). Quindi il rappresentante si impegna ad agire come i firmatari delle liste dd di volta in volta sarà possibile decideranno.

Questo è un aspetto fondamentale e che distinguerà nei fatti l’organizzazione dd (come la intendo io – e per fortuna non solo io) dai partiti rappresentativi.
L’organizzazione deve stimolare la nascita di queste LISTE PARTECIPATE, ma non è all’organizzazione che essi devono rendere conto. L’appartenere a liste denominate con uno stesso titolo è definitorio di una tipologia, non di una appartenenza partitica. Inoltre la denominazione comune è strumentale al sistema che prevede un vantaggio per le liste che si presentano in maniera diffusa sul territorio nazionale. Ma i cittadini che sono rappresentati da quei candidati eletti potranno tranquillamente prendere decisioni diverse e i loro rappresentanti saranno tenuti ad esprimere voti conformi alle loro volontà. Non quella dei partiti.

I rappresentanti eletti devono quanto più possibile somigliare a veri delegati democratici diretti. Con vincolo costante di esprimere la volontà della maggioranza di chi li ha eletti. Sono i deleganti che decidono, se lo gradiscono, anche di volta in volta, come il proprio delegato-deputato debba votare o se debba partecipare ad una commissione o meno o quali mozioni o quesiti o proposte debba presentare.

Questa metodologia è definita con precisione nella “Proposta e accettazione delle condizioni di candidatura“, nonché nello statuto (Obblighi degli eletti di lista) e nella “Dichiarazione di adesione alla LISTA PARTECIPATA” che viene firmata dai cittadini. In questa sede ricordo solo che in sostanza dovrebbe valere il principio di maggioranza e (nel caso di più eletti) di quote proporzionali di rappresentanza.

Qui vorrei evidenziare che anche il famoso stipendio e tutti gli annessi e connessi economici e di benefit, devono per quanto possibile appartenere alla lista. (Cioè all’insieme dei firmatari della lista o- se saranno come mi auguro più di una- delle liste).
Il candidato si impegna a versare su un fondo collettivo tutto quanto non espressamente previsto dai firmatari. In pratica la lista dei firmatari sceglie quale stipendio reale deve percepire l’eletto e tutto il resto verrà versato ad un fondo comune della lista dei firmatari.

A maggior ragione questo vale per i rimborsi elettorali. Essi appartengono ai firmatari. Anche se su questi possono essere prese decisioni diverse (rifiuto? beneficenza? intascarseli?…).

Ciò consentirebbe alla lista di usare questi soldi per far funzionare la gestione democratica diretta dell’eletto. Affinché ciascuno dei firmatari (almeno) sia informato a domicilio e in tempi quasi reali , o comunque in tempi utili, delle attività e delle scelte che l’eletto può e deve fare e, perché no?, implementare un piccolo sistema telematico privato per la gestione del rappresentante o decidere anche attività di promozione della dd, o pagare tre persone e formare un gruppo di lavoro sul campo…

In pratica il candidato si impegna a considerare tutti i poteri che deriveranno a lui per la sua carica come invece di proprietà dei firmatari della lista democratica diretta.

Il candidato dichiarerà ai firmatari (e in campagna elettorale anche) le condizioni economiche alle quali è disposto ad accettare la candidatura.
In un certo senso ogni candidato “si offre” per una certa somma. Al momento delle primarie della lista i firmatari della lista decideranno quali candidature accettare nonché l’ordine di lista anche in base al costo previsto come uno dei fattori tra gli altri (fiducia, competenza, onestà ecc.) che ciascuno valuterà secondo il proprio giudizio.

Ovviamente altri dettagli vanno precisati ma questa è la proposta specifica che avanzo e che vi invito a discutere.

Pino Strano, febbraio 2006

 Posted by at 19:52

  7 Responses to “I democratici diretti e le elezioni rappresentative”

  1. dalla pubblicazione di questo articolo, sono passati solo 4 anni, ma molte cose sono accadute.
    Un primo tentativo di implementare una lista partecipata si è svolto in occasioni delle elezioni comunali di roma del 2008. In quel caso non siamo riusciti a raccogliere tutte le firme necessarie. Troppo poche ancora erano le forze coinvolte, perchè pochi conoscevano ancora questa metodologia.
    Adesso è in corso un tentativo per le regionali del Lazio del 2010.
    Un primo successo importante è aver raccolto tutte le firme necessarie.
    http://www.retedeicittadini.it
    Ma questo è solo l’inizio.
    A prescindere dal successo elettorale la strada è tracciata.
    Le politiche saranno la prossima tappa. A questo dedicherò i prossimi due anni.

  2. Complimenti per l’analisi dei problemi connessi alla realizzazione della DD.
    Trovo però che vi sia un errore di fondo che non permette di arrivare a soluzioni condivisibili e universali, indipendentemente dalle condizioni ambientali e storiche.
    Credo che l’errore riguardi la prospettiva e il metodo: si parla di DD pensando di realizzarla utilizzando i metodi della democrazia rappresentativa incarnata dal sistema dei partiti.
    Infatti si va a finire che:
    ” Il rappresentante si impegna ad agire come i firmatari delle liste DD di volta in volta sarà possibile decideranno.”..” con vincolo costante di esprimere la volontà della maggioranza che li ha eletti.” .. sono i deleganti che decidono..come il proprio delegato debba votare”. ” obblighi degli eletti in lista” da sottoscrivere!
    In definitiva con la morte prematura della capacità di scelta, della libertà, della maturità ed autonomia del singolo non programmato e anche dissenziente.
    Credo che sia necessario arrivare a standardizzare una tecnica universale che permetta alle minoranze del dissenso ( che sono spesso maggioranza) dapprima di affiancare i
    candidati ufficiali della assemblea sociale, ottenendo accesso alla rappresentanza e poi di produrre parametri valoriali completamente diversi che portino alla DD.
    L’individuo chiede rispetto non solo ai partiti, ma anche a tutte quelle “chiese” ideologiche che tendono a condizionarlo.
    La DD dovrà garantire innanzi tutto quel rispetto.
    Ciao e grazie dell’opprtunità.

  3. questo testo non entra nei dettagli di quello che chiamiamiamo “liste parteipate”. Se vai su http://www.listapartecipata.org, li trovi.
    Qui, però ti dico due cose.
    La prima è che è previsto nel casi siabbiano più di un rappresentante che essi votino in conformità alle percentuali dei favorevoli e dei contrari, col classico metodo delle quote e dei resti. Faccio un esempio: se gli iscritti sono 10.000 e gli eletti sono 3 allora una quota voto-rappresentante è pari a 10000/3 = 3333. Così se su una questione 7500 sono a favore e 2500 sono contrari, allora avresti 2 voti-rappresentanti a favore e 1 voto-rappresentante contrario.
    La seconda è che tutto questo vale finchè non avessimo un assetto delle istituzioni che consenta il voto diretto del singolo cittadino sulle leggi senza “obbligo” di passare attraverso un rappresentante. L’ideale sarebbe che chi vuole delega e chi non vuole o quando non vuole chiunque possa invece votare direttamente. Il rappresentante (o meglio il delelgato) voterebbe quindi esprimendo tanti voti quanti sono i cittadini che lo hanno dleegato. Cioè il calssico principio della rappresentnza quantitativa (insomma come nei condomini…). Poi ci stanno i discorsi del limite massimo di deleghe ricevibili, della tipologia della delega (non c’è solo la dlega decisionale, il voto), per esempio c’è la delega del tempo di utilizzo di un canale comunicativo, particolarmente importante e inevitabile quando si usano canali di comunicazione uno-a-molti (come la tv) dove non si può parlare tutti, e così via.

  4. Sempre in uno spirito costruttivo, mi viene da fare una piccola domanda:
    come facciamo a “controllare” la fedeltà del delegato/eletto nei casi di votazione istituzionale a scrutinio segreto?
    E poi c’è il problema dell’art. 67 ( e corrispondenti nelle varie Costituzioni internazionali) che prevede che il ” membro del parlamento ..esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”
    In ossequio alla libertà personale.
    Resta il fatto certo che nelle condizioni attuali la LP risulta un ottimo esempio di tentata trasparenza e partecipazione controllata dal basso..il che è già molto.
    Ho però l’impressione non provata che tutto questo vincolare logori sia il delegante che il delegato, controllori e controllati potrebbero alla fine risultare antagonisti proprio perchè la dignità della libertà personale risulta sotto attacco costante.
    Non sempre accettiamo di essere portavoce.
    Grazie e ciao.

  5. Rispondo dopo un sacco di tempo, ma meglio tardi che mai. Precedentemente ero impegnatissimo nella campagna elettorale e dopo ho scordato… chiedo venia.

    1. Vero. Nel caso di voto segreto non si può controllare. E’ uno dei tanti limiti posti dal sistema a sua stessa potezione. In sè è assurdo. Un voto del delegato non dovrebbe mai essere segreto, proprio perchè altrimenti il delegante mai può controllare. Il fatto che, però, ci sia questo limite, non può essere la ragione per cui quando questo limite non c’è non si faccia tutto il possibile per mantenere la sovranità nelle mani dei cittadini. Se qualcuno sa inventare qualcosa di meglio, nel sistema attuale dal quale siamo obbligati a partire, sarà da me osannato.

    2. L’art. 67 stabilisce il diritto dell’eletto ad agire senza vincolo di mandato. (Il che la dice lunga su che razza di rappresentanza si può realizzare). Di fatto è una completa delega in bianco. Ma diritto non significa dovere. Un eletto, può per sua libera scelta. decidere di non ascoltare la sua di volontà, ma quella dei cittadini che lo hanno eletto. Un eletto, può fare patti politici ed etici (non giridicamente impugnabili, certo, ma politicamente ed eticamente significativi) con chi lo candida, lo sostiene e lo vota.
    E’ tanto vero questo, che nella realtà l’art. 67 viene costantemente messo da parte, quando si fa riferimento alla “disciplina di partito”.
    Ho ancora negli occhi e nelle orecchie le facce e i discorsi fatti da moti eletti in parlamento in occasione dlel’indulto: ” fa schifo, ma DEVO voltarlo perchè così ha deciso la mia maggioranza o il mio partito”. E l’art. 67? Appunto. Nessuno se ne importa dellìart.67 se per essere rieletto devo soddisfare la volontà dei padroni del partito e non la mia. Figurarasi quella degli elettori.
    La Lista Partecipata ha definito un modello di questo patto. Che ogni candidato deve firmare. Esso contiene i termini del patto e due elementi importanti.

    Il primo è la definizione di un segnale chiaro di quando i sostenitori della lista ritengono che il patto sia stato disatteso: la lettera di dimissioni in bianco. (che ogni candidato sottoscrive).
    Il secondo invece è una interessante liberatoria, giuridicamente valida, per cui se tu rompi il patto, non posso perseguirti in tribunale, ma posso dichiarati “bugiardo e traditore” pubblicamente.

    Le due cose, tradotte, significano che l’eletto non può intepretare a modo suo il rispetto o meno del patto. E non ci sono giustificazioni che tengano: é il cittadino che stabilisce se il patto è rotto o no. E, nel caso, te lo dicono senza ambiguità inviando la lettera di dimissioni all’ufficio di presidenza (della camera, o della regione o a questo preposto per l’ente al quale sei eletto). Non c’è margine interpretativo.
    Il secondo significa che politicamente sei finito, almeno come esponente del movimento democratico diretto. Ed è un arma praticabile. Non puoi citarmi in tribunale, se in ogni occasione pubblica politica, io ti ricordo che hai tradito un patto politico ed etico e ti grido bugiardo e traditore quando ti presenti, o parli, o anche nei discorsi orali e scritti con terzi.

    Lo so. Non è uno strumento perfetto. Ma è qualcosa di più di un escamotage. E’ un concreto strumento per, come dici tu, per cercare di praticare trasparenza e partecipazione dal basso. E ha un valore politico chiarissimo. Per altro è costruito per affrontare l’inevitabile passaggio sotto quella gogna che sono le elezioni nel sistema rappresentativo a delega irrevocabile a tempo determinato, che è il nostro sistema.
    Se qualcuno sa come eviatre quella gogna, legalmente e pacificamente, me lo dica. Ne sarò immesamente grato.
    Ribadisco: il fatto che non sia perfetto, non può essere la scusa per non praticarlo per niente!

  6. La lettera di dimissioni in bianco .. così come la firma di accettazione di una penale , credo possa essere impugnata davanti ad un giudice e al Parlamento.
    Penso invece che per un delegato da un gruppo che si ispira alla dd si possa procedere in modo preventivo andando ad impedire che egli si trasformi in politico di professione, aspirante alla casta, sostenitore della democrazia ” rappresentativa ” , semplicemente facendogli sapere da subito che non sarà mai più ricandidato : stabilendo che il mandato non è mai ripetibile , in alcun livello.

    Questo funziona per selezionare in partenza i candidati sulla base della loro motivazione : chi vuole fare carriera politica va da un’altra parte.
    Il mandato mai ripetibile permette di stabilire come una cartina di tornasole la natura qualitativa delle motivazioni.
    Un sostenitore della dd non dovrebbe avere alcun problema ad accettare questa modalità .
    Cosa ben diversa per tutti quei gruppi ai quali nel corso di almeno un decennio ho presentato la Proposta.
    Nessuno ha voluto farla propria.. come a dire .. non sono io al servizio della politica, ma è la politica al mio servizio.

  7. La lettera di dimissioni in bianco non può essere impugnata, nel senso che non si arriverebbe nemmeno a questo. E’ sufficiente che il rappresentante la ritiri (pratica comenu d molti che fingono di volersi dimette e poi ritirano le dimissioni).
    E’ già dichiarato che essa non pretende di avere un valore legale ingiuntivo, ma politico. La legge superiore infatti (la Costituzione all’art.49) stabilisce l’assenza di vincolo di mandato. Tuttavia qualsiasi candidato può fare tutte le promesse firmate che vuole, salvo poi che nessuno potrà appunto, chiedere il rispetto di quelle promesse in forza di legge. Se ricordi, lo stesso Berlusconi firmò un “contratto con gli Italiani”, pubblicamente a reti unificate.
    Dove sta la differenza? La grande differenza sta in due cose.
    1 – Nel fatto che, mentre nel caso di Berlusconi era lasciato nel vago CHI doveva giudicare se il contratto era stato rispettato o meno, anzi, come poi si è visto lui stesso ha giudicato il rispetto del contratto, nel nostro caso sono i SOSTENITORI della lista che sono i giudici. E stabiliscono una procedura chiara, non ambigua, per valutare se il patto è stato rispettato o meno.
    Quando il rappresentante vede che è stata inviata quella lettera ha due possibilità: ottemperare o rifiutarsi. Ma politicamente non avrà alibi.
    2 – La parte che riguarda la liberatoria della possibilità di essere appellato “bugiardo e traditore”, ha invece un valore giuridicamente difendibile, perchè non riguarda l’obbligo di dimettersi, nè configura un onere a carico del rappresentante, ma riguarda un giudizio sulla persona in merito al rispetto della parola data e l’espressione pubblica della evidenza di questo in forza della chiarezza del procedimento di cui al punto 1.
    Se io ti firmo che “prometto che non ti sputero in un occhio, altrimenti potrai dirmi stronzo”, e poi io tu mi chiami stronzo, con l’evidenza del fatto, tu non potrai citarmi in tribunale per ingiurie o diffamazione.

    Quanto alla limitazione dei mandati, non ho alcun problema a ritenere questa proposta positiva. E’ una (non nuova) ma buona proposta. La quale può tranquillamente aggiungersi alla mia. (Non è che se fai solo un mandato allora sei autorizzato a fare come cavolo vuoi).
    Per altro il M5S aveva questa bandiera (di max due mandati) fin dall’inizio. Ora sembra che si sia persa per strada.

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