Apr 302008
 

Stimolato da uno scambio di informazioni tra frequentatori del forum dei DD (di cui uno di nazionalità svizzera), sono andato a fare alcune ricerchine per tentare di trovare risposta a una domanda sorta appunto nel corso della discussione.

La svizzera viene in genere considerata una nazione a sostanziale democrazia diretta, poichè il popolo svizzero possiede pienamente la propria sovranità politica, particolarmente attraverso l’istituto dei referendum di iniziativa e revisione. Per altro la svizzera è considerata la patria delle banche. E’ doppiamente interessante quindi la domanda: che rapporto c’è tra sovranità politica e sovranità monetaria in Svizzera?

LA TRASPARENZA

Dico subito che per quanto abbia cercato in nessuno dei documenti che ho trovato viene citato il termine “signoraggio” (1). Tuttavia, nei documenti messi a disposizione dalla banca centrale di emissione svizzera, la Banca Nazionale Svizzera (BNS), c’è una evidente semplicità e straordinaria chiarezza nella descrizione del ruolo e delle funzioni della banca di emissione svizzera. Che contrasta enormemente con l’aura di mistero e segretezza intorno agli stessi temi da parte della Banca d’Italia prima e della Banca Centrale Europea ora.

Molte delle polemiche e delle critiche fatte alle interpretazione del signoraggio (supportata da www.signoraggio.it, con il quale io concordo quasi integralmente) troverebbero fine se certi antisignoraggisti consultassero il sito della BNS (2), che con linguaggio semplice e trasparente spiega come funziona una banca centrale. Si trovano domande e risposte del tipo:

Quanto costa la produzione di una banconota?

Produrre banconote costa: circa 30 centesimi per ogni biglietto, non importa se da dieci o da mille franchi. La produzione consiste in diverse tappe: dai primi progetti alla produzione della carta, dalla stampa all’inserimento delle caratteristiche di sicurezza. Ogni anno, la Banca nazionale spende da 20 a 30 milioni di franchi per sostituire le banconote logore.

Oppure informazioni limpide sulla assenza di legame tra oro e moneta:

Banconote convertibili in oro – son tempi passati

In passato, la Banca nazionale aveva l’obbligo di convertire, su richiesta, le sue banconote in oro. I biglietti erano infatti considerati sostituti dell’oro. La scarsità naturale di quest’ultimo garantiva il valore della moneta: la moneta era ancorata all’oro. Oggi, l’oro ha perso questa sua funzione di ancora monetaria. Le banconote sono state dichiarate mezzi di pagamento legale, gli obblighi di conversione in oro e di copertura aurea sono stati aboliti e sono entrate in circolazione monete prive di metallo prezioso. La Banca nazionale non detiene perciò più riserve auree così consistenti come una volta. Ora, provvede a conservare il valore della moneta per mezzo della sua politica monetaria.

(http://www.snb.ch/i/welt/portrait/money/8.html)

Trovate affermazioni come questa:

Affinché un bene diventi moneta, deve rispondere a tre presupposti: accettazione generale, fiducia nel valore e quantità adeguata.

(http://www.snb.ch/i/welt/portrait/money/5.html)

in pratica è la descrizione dei caposaldi della teoria di Auriti sulla moneta. oppure come:

Le banche e la moltiplicazione della moneta

Le banche ricevono il denaro dei risparmiatori per prestarlo ai debitori. Con quest’attività di intermediarie del credito, le banche creano nuova moneta.

Ad illustrare questo meccanismo basta un semplice esempio. Ammettiamo (… omissis…)

Le banche possono moltiplicare la moneta cedendo in prestito gli averi versati sui conti, tranne una parte che trattengono come riserva.
(http://www.snb.ch/i/welt/portrait/banks/4.html)

Che direi taglia autorevolemente la testa al toro per quanto riguarda la discussione sul fatto che attraverso il meccanismo della riserva frazionaria le banche CREANO nuova moneta.

Interessante anche questo passo sulla distruzione di moneta:

Esiste il contrario della creazione di moneta, la distruzione di moneta?

La distruzione di moneta può essere spiegata analogamente alla sua creazione. Un risparmiatore decide di prelevare in contanti i suoi averi sul libretto di risparmio. La banca, che ne ha ceduto buona parte in prestito, trattenendo solo una piccola riserva, dovrebbe ora revocare il credito. Per fortuna, il credito giunge a termine e l’impresa lo rimborsa in forma di banconote. La banca versa al risparmiatore i suoi averi e radia il credito dalla sua contabilità. La quantità di moneta si è dunque ridotta dell’importo del credito. Questa moneta è stata distrutta.(http://www.snb.ch/i/welt/questions/2.html#9)


GLI UTILI DELLA BANCA CENTRALE


Leggete questa descrizione di come gli utili della Banca centrale siano connessi all’emissione di moneta :

Come genera un’utile la Banca nazionale?

La Banca nazionale è l’unica istituzione del Paese in grado di fornire moneta di banca centrale (banconote e averi in conto giro) all’economia. Mette in circolatione questa moneta acquistando dalle banche valori patrimoniali. I valori patrimoniali fruttano ricavi da interessi che consentono alla Banca nazionale di conseguire un utile. Accanto ai ricavi, la Banca nazionale registra evidentemente degli oneri, ad esempio per il personale o per la stampa delle banconote. In confronto ai ricavi da interessi sui valori patrimoniali, questi oneri sono tuttavia modesti. In ogni modo, lo scopo della Banca nazionale non è quello di massimizzare gli utili. Il suo obiettivo principale è una politica monetaria nell’interesse dell’economia e della popolazione.

(http://www.snb.ch/i/welt/portrait/enterprise/5_details.html)

Tra gli oppositori delle teorie sul signoraggio come male di fondo dell’economia mondiale, circola l’idea che le banche centrali non facciano utili se non marginali. In realtà fanno utili. Eccome. L’analisi dei bilanci della BNS ci aiuta a fare chiarezza anche su questo grazie alla sua (relativa) trasparenza, merce rarissima tra le altre banche centrali. (Fino al 2001 i proprietari della Banca d’Italia erano addirittura coperti da segreto di stato!! Il segreto sui privati che possedevano – e possiedono- la moneta dello stato e per pagare la quale accumuliamo debito pubblico)

Per esempio per quanto lo scopo della BNS non sia quello di fare utili, di utili ne fa. E di molto consistenti. La differenza , con le altre banche centrali, è che i suoi bilanci sono trasparenti e i suoi utili sono noti e distribuiti con un criterio per cui la stragrande maggioranza va alle istituzioni dello stato federale e dei cantoni. Cioè in sostanza ai cittadini che così certamente devono pagare meno tasse.Per darvi un idea della dimensione degli utili , per la BNS nel 2004 essi sono stati di circa di circa 21,6 miliardi di franchi svizzeri (circa 13,4 miliardi di euro). Nel 2005 l’utile è stato di 12,8 cui si devono aggiungere 21,5 miliardi di franchi solo per la vendita del patrimonio occulto di oro. (Avete letto bene, la voce ufficiale riporta proprio la dizione “patrimonio occulto”) (4)per un totale di 34,3 miliardi di franchi (circa 21,4 miliardi di euro).

Considerando che la svizzera ha circa 7 milioni di abitanti sarebbe come se i cittadini italiani tramite la banca d’italia (per la quota posseduta della BCE) avessero potuto disporre di utili per 104 miliardi di euro nel 2004 e per 170 miliardi di euro nel 2005 !!!!) E non vedo perchè gli utili della BCE dovrebbero essere di ordini di grandezza inferiori.Il punto è che il reddito da signoraggio della BCE è semplicemente ….sconosciuto. Ai normali cittadini s’intende. E anche agli stessi parlamentari europei, che pure teoricamente, hanno istituzionalmente una forma di controllo pur blanda sulla BCE.

La verità è che la BCE è di natura privatissima relativamente alla proprietà, alla trasparenza e al governo della stessa, mentre ha natura di ente di diritto pubblico relativamente al diritto esclusivo di emettere moneta stabilito per legge. Ma di questo parlerò in altro post.

IL CONTROLLO DEL POPOLO SULLA BANCA CENTRALE

La BNS, fondata nel 1907 è regolata da una legge speciale federale che recentemente (come molte leggi svizzere e la stessa costituzione) è stata aggiornata.(5) Leggi di quel tipo sono costituzionalmnete sottoponibili a referendum facoltativo. Che in questo caso non è stato utilizzato.

In questo vediamo già una grande differenza tra l’ordinamento delle normali “democrazie” e quella svizzera.

Inoltre gli organismi dirigenti sono di nomina del consiglio federale sia nella figura del presidente, che del vicepresidente, che per la maggioranza del consiglio di amministrazione. Il loro mandato dura quattro anni e non è rinnovabile oltre il terzo. Inoltre “Il Consiglio federale può revocare dalle loro funzioni i membri di sua nomina che non adempiano più i requisiti per l’esercizio del mandato o che abbiano commesso una colpa grave”. Da noi sono di nomina interna alla stessa banca d’italia.

La legge speciale federale svizzera descrive poi molto bene nei dettagli quale può essere l’assetto azionario. Il capitale è costituito da 100.000 azioni del valore di 250 euro l’una e nessun privato può possedere più di 100 azioni. Tale limite non esiste per le banche cantonali, le quali per altro sono a controllo pubblico. Ma ciò che conta è che impone bilanci realmente trasparenti sotto il controllo del consiglio federale e definisce i criteri di distribuzione degli utili secondo questo schema:• assegnazione al fondo di riserva (al massimo il 2% del capitale sociale all’anno)• dividendo pari al massimo al 6% del capitale sociale versato• una indennità di 80 centesimi per abitante ai Cantoni• l’utile residuo è versato alla Confederazione nella misura di 1/3, mentre i rimanenti 2/3 spettano ai Cantoni.

LA BANCA CENTRALE COME FATTORE PROMOTORE DI RICCHEZZA

Si capisce quindi perchè la svizzera, anzi gli svizzeri, siano ricchi e il benessere (economico) della svizzera non abbia eguali in europa. E forse nel mondo. Non solo e non tanto per la rete di banche presenti sul suo territorio, ma a mio parere per questi due fattori:1) la struttura proprietaria e di gestione della banca di emissione è tale che deve agire nel reale interesse generale e dei cantoni e non del sistema bancario privato2) il reddito da signoraggio è devoluto quasi totalmente alla confederazione e ai cantoni, e questo assicura che esso non diventi esoso e in ogni caso è ricchezza che torna ai cittadini.In conclusione, al di là di alcune contraddizioni e di alcuni aspetti eticamente dissonanti (come l’avere fondi aurei occulti – di origine non accertabile quindi) per altro non connesse con l’essere o no dd (che in quanto metodo di governo è in sè eticamente agnostico), si può dire che il sistema quasi-dd svizzero, mantiene sufficientemente bene la sovranità monetaria del popolo svizzero e assicura loro i vantaggi che ne derivano dall’esercizio di un signoraggio in buona sostanza pubblico.

Pino Strano, 30 aprile 2008.

Note:

1) Per signoraggio si intende il diritto esclusivo all’emissione di moneta. Come molti sanno questo diritto è affidato alle banche centrali. Come pochi invece sanno la stragrande maggioranza delle banche centrali è privata. Sì privata. Spesso coperte dalla foglia di fico di “ente di diritto pubblico”, cioè sottoposto a un regime particolare di controllo da parte delle pubbliche istituzioni. In realtà questo controllo è (a meno di rarissime eccezioni) praticamente inesistente. Basti pensare che il Consiglio d’Europa non sa a quanto ammontino gli utili della Banca centrale Europea, derivanti da questo diritto!! Per non dire poi della nomina del governatore della Banca d’Italia e della BCE che sono effettuate dalla banca stessa. Per maggiori info consultate i siti sul signoraggio tra i miei link.

2)il sito della bns http://www.snb.ch/i/welt/overview/index.html

3)In questo link trovate rappresentata la struttura degli organi della BNS. http://www.bankingtoday.ch/it/lehrmittel/lektionen/14nat/pdf/korr_14_nat_i.pdf I numeri dei membri del consiglio della banca sono adesso ridotti a 11 (6 scelti dal Consiglio federale tra cui presidente e vicepresidente e 5 dalla assemblea degli azionisti) il controllo sulla banca di fatto resta nelle mani dei rappresentanti dei cittadini. Considerando poi che gli azionisti sono per lo più banche cantonali, a loro volta sotto il controllo degli organi istituzionali cantonali, direi che il controllo della moneta è efficacemente nelle mani pubbliche e non private.

4)http://www.swissinfo.org/ita/votazioni/detail/Risultato_eccezionale_per_la_Banca_Nazionale.html?siteSect=301&sid=6416895&cKey=1138358340000&ty=st

5)legge speciale sulla banca nazionale svizzera http://www.admin.ch/ch/i/as/2004/1985.pdf

Ott 312007
 

Massimo Fini è uno dei pochi intellettuali che scrive libri non banali e che non ricercano un facile consenso. In “Sudditi. Manifesto contro la democrazia”(1) descrive in maniera lucida i reali meccanismi di potere permessi e direi quasi stimolati dalle istituzioni a democrazia rappresentativa. Di fatto i sistemi rappresentativi conculcano la sovranità del popolo e trasformano i cittadini, appunto, in sudditi. Il suo giudizio negativo sull’ attuale finta democrazia è senza appello, e mi trova assolutamente concorde.

La sua critica è spietata, profonda e supportata da un analisi accurata che condivido quasi integralmente. Ma quando si tratta di individuare un modello capace di superare le degenerazioni praticamente onnipresenti nei paesi a “democrazia reale”(2), egli si ferma sulla soglia della soluzione. A questa soluzione egli dedica due scarne paginette, in una delle quali Fini arriva a riconoscere che la soluzione “sarebbe recuperare la democrazia diretta” [pag.113], ma sostiene che la sua applicabilità non può che essere relativa ad ambiti limitati e ristretti.
Io credo che l’argomento “democrazia diretta”, avrebbe meritato maggiore approfondimento, e spero che in qualche suo prossimo libro egli ripari a questa eccessiva sintesi al limite della superficialità .

Analogamente il manifesto di “Movimento zero” che si ispira alle idee di Fini, al nono punto recita “Sì alla democrazia diretta in ambiti limitati e controllabili”.

Ma perchè mai la dd dovebbe essere applicabile solo in ambiti “limitati e controllabili (o ristretti)”?
Nelle due paginette di cui sopra Fini, giustamente, sostiene che “democrazia non significa solo decidere tutti insieme”. E qui sono completamente d’accordo. E significa anche “avere consapevolezza di ciò che si decide” e anche qui siamo d’accordo, anche se farei qualche riflessione (che qui vi risparmio) su cosa voglia dire “essere consapevole”. E significa anche “[avere] conoscenza sulla materia su cui si decide”. E qui dissento. Non perché questa affermazione sia falsa in sé, ma perché rischia di diventarlo se con quella affermazione estensivamente si intende dire che solo se sei un competente della materia allora puoi decidere. Questa indebita estensione mi sembra sia in atto quando da quella affermazione si arriva alla conclusione che la dd può essere applicata solo in ambiti ristretti. E infatti Fini esemplifica scrivendo “conoscenza sulla materia su cui si decide, come le aveva il contadino della comunità di villaggio grazie all’ambito ristretto su cui si muoveva”[pag.114], come se cioè il problema fosse proprio quello di avere competenza diretta o specifica sull’argomento.

Le ragioni del mio deciso dissenso sono di ordine specifico ma anche di ordine generale (relative cioè a quello che si intende per democrazia “diretta”).

Cominciamo con le ragioni specifiche.

1) Una cosa è essere competente su un argomento, un altra è essere in grado di esprimere un giudizio.
Questo problema era già noto ai tempi di Atene. Vari studiosi, per esempio Finley(2), sottolineano come gli ateniesi riconoscessero la maggiore competenza tecnico/politica, ma nello stesso tempo riconoscevano che ogni uomo (cittadino) possedesse la “politike’ techne”, l’arte del giudizio politico.
In altre parole: io posso non sapere nulla di un argomento, ma posso ascoltare, informarmi, e farmi un giudizio sulla base di queste informazioni.
Non c’e’ dubbio che una maggiore conoscenza favorisca una migliore capacità di giudizio. Ma la relazione tra conoscenza o competenza tecnico/culturale (e pure anche politica) e la capacità di giudizio, in specie politico, non è in senso logico, per non dire in senso psico-logico, né necessaria né sufficiente.

2) Una cosa è essere competente un altra è avere comunque il diritto di decidere.
Io non so nulla di medicina e chirurgia, ma il diritto di decidere se farmi una operazione o no, è mio. Perchè mio è il corpo che deve subirla. Così i cittadini possono essere diversamente compententi su una data porzione di res publica, ma tutti ugualmente saranno sottoposti alla decisione che riguarda quella porzione di res publica.
Anche qui gli ateniesi ancora qualcosa ci insegnano. L’assemblea non sopportava gli interventi o le proposte degli stolti (il diritto di parola non era riconosciuto esattamente a tutti), ma nessuno mai avrebbe cancellato il diritto dello stolto a decidere su ciò che come gli altri avrebbe dovuto sopportare.

3) Il problema della conoscenza della materia come requisito per la competenza a decidere non viene superato restringendo l’ambito.
Il restringere l’ampiezza della comunità non supera il problema di avere singoli cittadini diversamente competenti sugli argomenti oggetto di decisione. Anche in una comunità ristretta (come il villaggio evocato da Fini) le competenze sarebbero certamente diverse e di diverso livello di profondità. Chi sa molto di coltivazioni agricole, probabilmente sa molto poco di carpenteria. E viceversa. E in un ambito ristretto più “moderno” come la città o il quartiere, chi conosce bene un aspetto della materia (per esempio il proprio territorio) potrebbe non sapere nulla di altri aspetti sulla stessa materia (per esempio di urbanistica e/o di circolazione stradale).

Non sto, ovviamente sostenendo che la restrizione dell’ambito o più in generale il decentramento, non sia utile. Tutt’altro. Anzi il decentramento, o l’autonomia locale o, ancora meglio, la concezione federalista, sono un “must” per un democratico diretto. Non solo per una ragione di efficienza della democrazia ma proprio perchè ciò che è res publica in un ambito ristretto può non essere res publica per l’ambito che lo contiene. E quindi non di competenza di tutti cittadini di quell’ambito più inclusivo. Se nel mio quartiere dobbiamo costruire una casa popolare o un parco, in prima istanza riguarda i cittadini del mio quartiere e non i cittadini di kuala lampur. La distinzione di ciò che è di ambito locale e ciò che non lo è, non è sempre semplice e tuttavia esiste. E qualsiasi implementazione della democrazia diretta deve renderne conto.

4) Infine si sottovaluta l’effetto educativo della pratica della democrazia (diretta) stessa sulla crescita di competenza (e di motivazione) non solo politica dei cittadini.
In effetti con questo quarto punto mi avvicino alle ragioni di ordine generale. Perché questo ha a che fare con la visione della democrazia diretta non come uno “stato del sistema” da raggiungere una volta per tutte, ma piuttosto come un processo che va innescato ed alimentato. Di questo processo, di questa dinamica, sono parte integrante i processi di apprendimento.

Ancora una volta mi aiuta Finley(2) che scrive a proposito dell’epoca di Pericle:”Un giovane imparava la propria educazione partecipando all’Assemblea; probabilmente non imparava quali erano le dimensioni della Sicilia (….) ma veniva a conoscenza dei problemi politici di Atene, delle scelte, delle argomentazioni, e man mano apprendeva a valutare gli uomini che si facevano avanti per fare politica…” E Stuart Mill:” Nonostante i difetti del sistema sociale e delle idee morali dell’antichita’, la partecipazione al dicastero e alla ecclesia elevarono il livello intellettuale del cittadino ateniese medio molto al di sopra di quello che sia mai stato ottenuto finora con altre masse di uomini…”

E veniamo alle ragioni di ordine generale.

Ho l’impressione che questa condizione restrittiva per l’applicabilità della democrazia diretta sia figlia di una concezione della dd essa sì riduttiva (o per lo meno sbrigativa) , e di una insufficiente considerazione di alcuni aspetti della azione di governo in generale e quindi delle possibili implementazioni democratiche dirette di quegli aspetti.

1) In primo luogo sembra che la concezione di dd che Fini sostenga sia vittima di quello che in fondo è uno stereotipo: la democrazia diretta sarebbe quella praticata nell’antica Atene la quale a sua volta sarebbe quella dove i cittadini partecipano direttamente e decidono direttamente senza intemediari di alcun tipo.

Il concetto di diretto non va, e non può essere, inteso come “senza alcuna mediazione tra la mia volontà e l’espressione efficiente della stessa”.
Ma piuttosto in senso cibernetico, di “relazione certa tra espressione della volontà e valore atteso della azione partecipativa”. Con la capacità, quindi, di rimodulare l’espressione per ottenere il risultato voluto.

A rigore, infatti, non esisterebbe niente di diretto nel primo senso. Tra volontà ed espressione della stessa sempre esiste un “mediatore” fosse anche semplicemente il mio sistema muscolare che fa alzare la mano per votare si o no.
Non importa se sul pezzo di carta scrivo io con le mie manine sante il mio voto. Quello che importa è che il voto scritto (da me o da mio zio o attraverso altri sistemi-delegati, sia esattamente quello che volevo).

La nozione di democrazia diretta aderente al suo significato ultimo, quindi, contempla la delega. (4) (e per la verità anche quella ateniese la contemplava: per i compiti esecutivi – quasi sempre inevitabile- per i compiti giudiziari, e altre funzioni). Di più. La delega, anzi, per i democratici diretti è un DIRITTO. Ciò che conta è che il cittadino, che la esercita, non perda MAI il controllo su di essa e sulla porzione di sovranità di cui è portatrice e quindi essa deve essere espressa in forma sempre revocabile.

2) In secondo luogo vorrei indicare che esistono due dimensioni cruciali della partecipazione: la dimensione intensiva e la dimensione estensiva. Brevemente per estensione della partecipazione intendo il numero di cittadini che possono partecipare, per intensione intendo la quantità (varietà) di decisioni cui si può partecipare. La possibilità di partecipare è condizionata da una serie di fattori tecnici connessi agli strumenti che si utilizzano per trasmettere e ricevere i contenuti della partecipazione. Senza entrare nel merito in questa sede, mi limito a dire che il fattore “velocità” della comunicazione partecipativa (per esempio la velocità con cui si possono svolgere le operazioni di voto) è naturalmente correlato all’estensione e all’intensione della partecipazione. La cosa interessante (poco meno che ovvia ma è importante rilevarla) è che se si può rallentare la velocità di una decisione, paradossalmente, si può pensare di estendere la partecipazione molto di più (perchè non tutti possiedono gli strumenti più veloci o sanno usarli, o possono avere il tempo di usarli tutte le volte che serve).

Consideriamo che su alcune decisioni non è appunto necessario decidere in poco tempo. Si pensi per esempio a leggi che stabiliscano i livelli di emissione di CO2. Si potrebbe anche pensare di fare un referendum mondiale, dove nell’arco di sei mesi, anche quelli che possono votare solo usando la corteccia degli alberi possano farlo. Cioè riduci la velocità richiesta alla partecipazione e aumenti l’estensione della partecipazione. Ovviamente il campo di cose su cui si può decidere (“l’intensione”) si riduce riducendo la velocità.

In definitiva alla luce delle 4+2 considerazioni di cui sopra mi sento di poter affermare che considerare la democrazia diretta applicabile solo in un ambito limitato e controllato è inutilmente restrittivo e priva i cittadini, se non l’umanità, dell’unica soluzione praticabile per la realizzazione di un governo responsabile delle nostre società complesse e degli enormi problemi che abbiamo davanti. Di fatto lascia campo libero alla prosecuzione dell’esistente o di altre analoghe (o peggiori) forme di oligarchia se non anche a orribili idee neo platoniche di governo degli illuminati.

Roma, ottobre 2007.

(1) Massimo Fini, “Sudditi. Manifesto contro la Democrazia”, Marsilio Editori, 2004.
(2) Moses I. Finley, “La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, 1982.
(3) Dove “reale” va inteso nella stessa accezione con cui si sono indicati i sistemi a socialismo “reale”. Con quell’aggettivo si denunciava lo iato tra i sistemi socialisti ipotizzati dalle teorie socialiste e quello a cui nella realtà conducevano gli sviluppi delle varie rivoluzioni o trasformazioni cui quelle teorie si ispiravano. Mentre secondo quelle teorie i sistemi socialisti avrebbero dovuto portare uguaglianza, giustizia sociale, libertà nel “reale”, essi realizzavano veri e propri sistemi totalitari dove l’ingiustizia, la sopraffazione, la diseguaglianza regnavano sovrane. Si può poi discutere quanto le implementazioni del socialismo dei paesi a “socialismo reale” fossero degenerazioni della teoria e quanto conseguenze inevitabili delle teorie stesse in sè contenenti i geni del totalitarismo.
(4) Si veda su questo: Delega e dd. Cosa significa l’aggettivo “diretta”?.

 Posted by at 00:43
Lug 312007
 

Il partito democratico lancia le primarie…

democratiche, aperte, c’è spazio per tutti…

c’è spazio per fare cosa?

Non c’è alcuno spazio per la democrazia vera. E’ l’ennesima cosmesi di uno strumento che serve solo a rinvigorire la casta. Al più a creare qualche nuovo oligarca. La democrazia è un altra cosa.

 Posted by at 01:13
Apr 042007
 

In una recente intervista al corriere della sera il Ministro Vannino Chiti illustra la sua proposta sulla legge elettorale. Infatti pare raccolga ampi consensi tra la maggioranza e possibilismi nelle fila dell’opposizione. Miracolo?
Tra le dichiarazioni di Chiti spicca quella secondo la quale il referendum sarebbe uno strumento inadeguato.
Cosa intende il ministro? Intende dire che il risultato del referendum potrebbe non piacere? O si intende dire tout-court che il popolo non si deve impicciare? Continue reading »

 Posted by at 10:47
Set 222006
 

Molti elettori di sinistra si sentono infatti traditi nelle loro aspettative per le deviazioni dalle linee programmatiche esibite dal centro sinistra PRIMA delle elezioni. Si può certamente dire che lo stesso sia avvenuto nel passato e avvenga anche per gli elettori del centro destra.

E’ infatti una triste esperienza comune a TUTTI gli elettori quella di vedere calpestate o “re-interpretate” le promesse elettorali. E’ per noi naturale quindi aderire alla manifestazione nell’ambito della quale si celebrerà il FUNERALE DELLA DEMOCRAZIA.

Noi crediamo che da questa morte possa partire però una rinascita. Oggi è sempre più evidente che ciò che abbiamo comunemente chiamato democrazia è in realtà un simulacro, una finzione della democrazia. Ormai è chiarissimo: la democrazia partitico-rappresentativa è una oligarchia elettiva. Noi siamo solo sudditi che possono solo scegliere i loro oligarchi. Se questa finzione muore, noi siamo felici. Perchè noi vogliamo una democrazia vera. Continue reading »

 Posted by at 10:53
 

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