La democrazia perfetta non esiste.
Se questa è una affermazione binaria allora essa è vera.

Se invece è un affermazione fuzzy, allora si colloca all’estremo del continuum falso-vero.

Nel secondo caso, che è quello che possiamo utilizzare meglio per rappresentare la realtà (la realtà non è binaria, ma fuzzy [nota1]), la democrazia nelle sue applicazioni reali non può essere quindi che una direzione da seguire. Un asintoto cui tendere. Come corollario è possibile avere più o meno democrazia in un sistema. Ed è sempre possibile pensare a un sistema migliore di democrazia.
Quindi si potrebbe pensare che le rivoluzioni per “raggiungere la democrazia”, “instaurare la democrazia” potrebbero essere viste come solo delle accelerazioni del processo di miglioramento della situazione politica riguardo alla precedente implementazione di democrazia, e quindi forse anche non necessarie come concetto invece di rottura traumatica del precedente al conseguente sistema politico.
E in generale ritengo sia proprio così.
Ma a partire da una condizione minima. Continue reading »

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La democrazia si basa su un concetto di per sè assurdo.
Il concetto che dal punto di vista del potere politico siamo tutti uguali.

Democrazia governo del popolo

governo è uso finalizzato del potere politico

potere è la capacità di ottenere effetti voluti Continue reading »

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E’ difficile fare democrazia. In assoluto credo sia impossibile. Ma non c’è una opzione migliore di cercare comunque di implementarne una versione, anche provvisoriamente, accettabile. Quindi non credo si abbia altra scelta che quella di cercare continuamente gli errori e i limiti delle versioni che nel tempo verranno implementate. Quando sono implementate. Continue reading »

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A parte l’enorme stupidaggine dello slogan <Roma ladrona> esiste un problema reale: roma comune o roma capitale.
E’ come dire: città tra le città con pari dignità, o capitale, cioè per definizione città più importante delle altre.

Tutto dipende da come misuri l’importanza.
Per certi versi potrebbe anche essere inevitabile e, in fondo logico che lo sia. Dico la capitale. Più importante delle altre perchè luogo deputato alle riunioni fisiche dei rappresentanti del popolo. E altri annessi e connessi. Ma per definizione, appunto. Non per diritto divino. Per scelta, inevitabilmente arbitraria. In democrazia anche la capitale potrebbe essere oggetto di decisione democratica. Come qualsiasi altra decisione in merito alle regole generali (diciamo costituzionali), e particolari di “governo”.

E tuttavia il concetto di capitale è verticistico.
Sembrerebbe.
Ma è veramente così?
Direi tendenzialmente si.
Pure con le dovute accortezze di non considerare un albero logico a sviluppo verticale convergente indebitamente pregno della qualità piramidale, la concentrazione di potere è sempre qualcosa da trattare con le molle.
Anche se la concentrazione di potere non è un male in sè. Ciascuno di noi di fatto è un punto di accumulazione di potere. Se non lo fosse non esisterebbe. E’ la concentrazione del potere di tutti nelle mani di pochi, il problema.
Ci sono molte forme di potere. Il potere politico, in democrazia, non dovrebbe essere concentrato nelle mani di pochi, ma in certi momenti e per certi scopi può anche concentrarsi in qualche parte dello spazio tempo. Anche alla portata di un solo individuo. Finchè in qualche modo però resta sotto il controllo decisivo di tutti. Solo così si può ancora parlare di democrazia.

Nello specifico. per me. pragmaticamente, una capitale ci deve essere e Roma mi sta bene come Capitale. Chi non gradisce questo proceda a indire un referendum per stabilire un altra capitale dello stato italiano.
Non si può? Non esiste il referendum deliberativo di leggi costituzionali? Dico la possibilità di fare leggi su iniziativa del popolo e decise dal popolo.
Forse allora è questo il vero problema.

Allora chi vuole la Padania, potrebbe anche chiederla, e, per me certamente, conseguentemente perdere il referendum e così smetterla di rompere con false soluzioni a problemi veri ma travisati.
Quando anche attraverso il centralismo della Lega si ottenesse la secessione della Padania, si sarebbe solo trasferito il centralismo di Roma e dell’Italia unita nei centralismi dell’Italia divisa. Forse se tornassimo all’età dei comuni, al centralismo comunale, questo potrebbe somigliare a un avvicinamento al popolo del governo. Solo in questo caso direi estremo (un italia che passa dall’essere stato unitario a federazione di stati città) posso ipotizzare un qualche miglioramento della situazione col centralismo cittadino in confronto ai danni fatti dal centralismo statale. Ma non è certo il migliore dei mondi istituzionali possibili. E soprattutto irrealistico (nella sua forma di città-nazione). Quindi un livello superiore, anzi più livelli superiori sono inevitabili. E a ben guardare possono anche essercene di utili.
Ragione per cui il meccansimo secessivo, di per sè, è piuttosto scollegato dalla soluzione del problema della gestione del potere e del controllo del potere inevitabilmente concentrato.

La vera soluzione sta nel pieno dispiegarsi della democrazia (diretta) che si  misurerà con la capacità di trovare metodi che consentano a ogni membro del popolo di esercitare la propria porzione di sovranità su quel potere concentrato. Ogni sistema che si dice democratico deve confrontarsi con questo problema.

La possibilità di esercitare il diritto al referendum deliberativo è il minimo che un popolo deve avere  in una democrazia. La differenza tra essere sudditi e essere sovrani.

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Il governo dell’ipnotista Monti procede. Il suo arrivo era stato salutato quasi positivamente persino da numerose voci dei movimenti di base , perché liberatorio dal regime di Berlusconi. Ancora una volta l’attenzione concentrata sulla persona e non sulle politiche e ancor meno sui metodi, ha annebbiato la vista.

Prima di Monti era chiaro che questa classe politica dominante era alla frutta. Ancor più della loro concrete scelte politiche si disprezzava il loro atteggiamento di protervia, di abuso di potere, il distacco totale dai bisogni dei cittadini.

Paradossalmente questo distacco invece di condurre a una profonda modifica del rapporto tra rappresentanti e cittadini ha condotto a sancirne la totale separazione: il governo dei tecnici. Non eletti da nessuno e al supposto servizio di interessi collettivi superiori, la cui opera è però valutata non dai cittadini ma dai “mercati”. Non c’è bisogno di essere complottisti per capire chi guida questo governo, quando la misura di ciò che fa è dichiaratamente l’andamento dello spread e della borsa.

Ma Monti e i padroni della finanza mondiale fanno il loro mestiere. Quello che mi preoccupa è l’incapacità del movimento di produrre una strategia che possa contrastare oggi e superare in prospettiva le radici del male. Perché, purtroppo, pochi le hanno correttamente individuate.

Il movimento diffuso sul territorio è straordinariamente ampio e articolato e produce mille istanze e proposte più o meno specifiche. Moltissime di quelle battaglie e istanze sono giuste e sarebbero in grado anche di dare una nuova qualità alla vita e renderebbero il nostro pianeta “migliore”. Ma, purtroppo, non è facendo vincere una o più o anche tutte queste singole battaglie che si cambierebbe significativamente la situazione di fondo.

Negli ultimi due anni il numero di coloro che individuano queste radici nella perdita della sovranità monetaria è cresciuto esponenzialmente. Sembra chiaro il fatto che la “proprietà” di questa moneta debba essere del popolo. Ma resta nell’ombra come questa “proprietà”, questa sovranità, possa esercitarsi. Attraverso quali strumenti ci si possa garantire che una eventuale banca del popolo poi lo sia davvero e non diventi la banca degli “eletti” dal popolo.

Pur avvicinandosi alla risposta reale, infatti, manca la consapevolezza che il problema sta nella natura stessa del modello che determina le scelte collettive. La natura del patto sociale che ci fa identificare come membri della stessa collettività e ci impone poi il rispetto delle regole e delle leggi che questa collettività si da. Cioè. Il problema è nella perdita di sovranità, di ogni forma di sovranità, sulle scelte della collettività, e, quindi prima di tutto della sovranità politica che determina le leggi e le regole che la società si dà.

Noi chiamiamo questa “democrazia”. La verità, è che noi una democrazia vera non l’abbiamo mai avuta. Il governo del popolo. Per essere tale esso deve avere almeno la possibilità dell’ultima parola su ogni aspetto del patto sociale. Non c’è bisogno di pensare a strumenti avanzati o futuribili, anche se possibili, di democrazia diretta. Basterebbe che avessimo lo strumento dei referendum deliberativi (cioè quelli per cui si fanno le leggi e non solo si cancellano le vecchie per lasciare poi ai soliti di rifare quello che si è abolito), perché le cose cambierebbero. E ciascuno potrebbe avere una chance di affermare il proprio modello o obbiettivo, democraticamente.

Ma la triste realtà è che forse ancora non si è capito cosa sia la democrazia, o peggio, non la si vuole veramente, se non nella misura in cui essa conduca alle scelte preferite. Perché la democrazia vera, invece, non si misura sulla base di ciò che essa produce, ma sulla base del metodo che si applica. Essa presuppone l’assurdo che tutti noi siamo uguali nel diritto a determinare quelle scelte. E quindi impone l’assunzione di un rischio: il rischio che accettando di decidere insieme delle nostre sorti, il nostro personale modo di vedere sia democraticamente perdente. E questo, pochi, di tutti quegli oppositori del sistema, sono in grado di accettarlo.

Ciascuno di loro antepone il proprio obbiettivo alla affermazione della democrazia. Questo è il vero incantesimo cui siamo sottoposti. E finché sarà così, siamo tutti destinati alla medesima sconfitta.

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